Rimini, ucciso per aver rifiutato l’elemosina. La figlia chiede giustizia

RIMINI. Un gelato preso in un caldo pomeriggio d’agosto, un rifiuto banale e la furia cieca che si scatena in pieno centro, strappando la vita a un uomo che aveva ancora voglia di camminare, cucinare e guardare al futuro con il sorriso. Era il 9 agosto 2025 quando l’esistenza di Sanzio Montori è stata stravolta durante un’aggressione brutale avvenuta a Rimini che ha scosso profondamente l’intera comunità. Di fronte a una simile tragedia, la figlia Rita sceglie non la vendetta ma «una giustizia lucida e priva di rancore», accompagnando il dolore con la profonda umanità di chi crede ancora nel recupero delle persone. Una ferita che resta aperta mentre si avvicina la scadenza giudiziaria cruciale: il prossimo 23 settembre si aprirà l’udienza preliminare davanti al gup del Tribunale di Rimini per i pesantissimi capi di imputazione formulati nei confronti dell’aggressore, un giovane di 29 anni - attualmente ristretto in una struttura detentiva di cura - con la richiesta di risarcimento danni (jure proprio e jure hereditatis) quantificata in almeno 150mila euro, oltre alle spese legali e a una provvisionale immediatamente esecutiva di 50mila euro.

Rita, figlia 57enne della vittima e insegnante, rivive quel calvario e il dolore degli ultimi mesi con il cuore gonfio di strazio ma con la lucidità inflessibile di chi ha accompagnato il proprio genitore passo dopo passo, in un tunnel di sofferenze inaudite, fino all’ultimo respiro.

L’aggressione

«Quel giorno ho ricevuto la chiamata dei carabinieri verso le 18.20, il fatto era successo intorno alle 16, in pieno giorno e in pieno centro. Sono rimasta scioccata, mio marito si è precipitato - racconta con la voce rotta dal ricordo e dall’emozione -. Da quello che ho poi saputo, quell’uomo si era avvicinato a mio padre chiedendogli due euro di elemosina e lui aveva rifiutato. Subito dopo, mentre papà era andato a prendersi un gelato, lo ha seguito deridendolo con cattiveria, come per dirgli che non aveva voluto dargli due soldi ma si permetteva il gelato. Lo ha atteso fuori per aggredirlo vigliaccamente alle spalle, strattonandolo per lo zaino fino a farlo rovinare violentemente a terra».

Da quanto ricostruito, l’aggressione è proseguita con una furia inaudita fatta di calci, pugni e fendenti sferrati con una forbice acuminata lunga una dozzina di centimetri. Una violenza devastante che ha provocato traumi gravissimi: fratture costali, lesioni profonde al pericardio, alla milza, al rene sinistro e un tremendo trauma cranico.

«Mio padre aveva avuto un ictus a marzo di quell’anno, ma si era ripreso totalmente - ricorda la figlia con commozione -. Aveva ripreso a camminare, a guidare, a cucinare, aveva una gran voglia di vivere. Mia madre è morta di tumore nel 2015 e lui nonostante il dolore continuava a vivere, gli piaceva passeggiare, andare al porto, muoversi in autonomia. E in quello stato, dopo il 9 agosto, non lo si riconosceva più».

Da quel momento è iniziato un calvario fatto di ospedali, Rsa e sofferenze indicibili. Sanzio non si è più alzato in piedi autonomamente. Ricoverato prima al pronto soccorso di Rimini, poi d’urgenza al Bufalini, trasferito a metà agosto a Santarcangelo, dove risiedeva, e successivamente alla clinica “Oasi Serena” di Viserbella, l’anziano viveva in un limbo di spaesamento profondo.

«Non ricordava che la mamma fosse morta, che Daniele, mio fratello, fosse morto nel 2017. Mi diceva: “Perché mi dici queste bugie?”», confida Rita con voce spezzata. Poi un nuovo drastico aggravamento a novembre, il trasferimento a Rimini e infine la polmonite a dicembre che ha fiaccato quel che restava di un fisico già devastato, prima che il cuore smettesse di battere nella notte del 16 gennaio 2026. Nei momenti di lucidità, stringendo la mano della figlia, le sussurrava grato: «Grazie per essermi sempre vicina» e le confidava i suoi sogni. «Stanotte ho fatto una bella passeggiata!».

Giustizia senza rancore

In tutti quei mesi di assistenza continua, il pensiero di Rita era unicamente rivolto a stare accanto al padre. Oggi, però, sostenuta anche dal marito, ha deciso di compiere un atto di giustizia, con la difesa dell’avvocato Maurizio Ghinelli del foro di Rimini: «In tutti questi mesi non ero neanche tanto propensa di costituirmi parte civile, perché il mio solo pensiero era stare vicino a mio padre. Però ora, a mente più lucida, mio marito mi ha fatto riflettere e mi ha detto: “Devi farlo, in memoria di tuo padre”. E così ci siamo».

Parole intrise di una profonda umanità che appartiene a chi ogni giorno educa e crede nella persona: «Al colpevole non auguro niente di brutto, evidentemente il carcere da cui era uscito poco prima di fare del male a mio padre non gli aveva portato alcun beneficio. Io sono un insegnante, lavoro in ambito educativo, lavoro per recuperare le persone, non per demolirle. Per questo non gli auguro niente di male, ma che possa avere qualche margine di recupero. Io non perdono, ma non covo nemmeno rancore».

Ora la parola passa all’aula del tribunale. Il 23 settembre l’udienza preliminare davanti al gup di Rimini traccerà il destino giudiziario di un’aggressione brutale che ha spezzato una vita e segnato per sempre una famiglia.

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