Rimini. “Spari, calci, digiuno e minacce”: Lola Fabbri e l’inferno della Global Sumud Flotilla

Rimini

«È importante che continuiamo a parlare di Palestina e farci vessilli di una libertà giusta per tutti e tutte. Una libertà vera si costruisce solo assieme». Quando Lola Fabbri pronuncia queste parole, nella sede di Casa Madiba Network scatta un lungo applauso. Ieri pomeriggio oltre un centinaio di persone ha affollato gli spazi della realtà riminese per ascoltare il racconto della skipper trentenne, rientrata appena quattro giorni fa dalla missione della Global Sumud Flotilla, la spedizione civile salpata per portare aiuti umanitari a Gaza e rompere l’assedio imposto da Israele. Un racconto durissimo, il suo, fatto di inseguimenti in mare, intercettazioni, detenzione e violenze subite sulle navi prigione israeliane. «Era da anni che volevo usare le mie competenze in maniera più incisiva sul piano umano e politico», racconta Lola Fabbri. «L’anno scorso non ero riuscita a partire, ma questa volta sentivo che dovevo esserci. Era un treno che passava una volta sola».

Inseguiti con droni e spari

Fabbri descrive Augusta, punto di partenza della missione, come «una città intera mobilitata» dove persone provenienti da oltre 75 Paesi si sono ritrovate per sostenere la causa palestinese: lavoratori, studenti, tecnici, attivisti. «C’era la consapevolezza del nostro privilegio - spiega - e del fatto che potevamo usare i nostri corpi e i nostri passaporti per riportare attenzione su quello che il popolo palestinese subisce da oltre 75 anni».

La missione, però, è stata intercettata due volte. La prima il 28 aprile, al largo di Creta. Lola Fabbri si trovava sulla barca Bayt Ummar (o Elengi), battente bandiera italiana. «Avevamo capito che stava succedendo qualcosa perché sul canale 16 della radio (ndr, secondo il diritto internazionale deve sempre rimanere libero) non si riusciva più a comunicare: mettevano musica per impedire le comunicazioni di emergenza».

Poi l’arrivo delle forze di occupazione israeliane e il tentativo di fuga verso le acque territoriali greche. «Le barche venivano lasciate alla deriva o danneggiate. Noi siamo riusciti ad arrivare a Ierapetra dopo una notte intera senza dormire». La seconda intercettazione è avvenuta fra il 19 e il 20 maggio. «Questa volta era pieno giorno. Appena abbiamo visto le navi prigione avvicinarsi abbiamo provato a scappare». Fabbri racconta ore di inseguimento, droni sopra le teste dell’equipaggio e colpi sparati vicino all’imbarcazione. «A un certo punto hanno sparato vicino a me, sul bimini (ndr, la copertura di chi sta al timone sulla barca a vela). Lì ho capito che avevamo fatto tutto il possibile e ho chiuso le vele».

La nave prigione

Da quel momento il racconto si sposta sulle navi prigione. «Ci hanno spogliati e spogliate, presi a calci, lasciati per ore bagnati sul ponte. Dormivamo sopra il metallo, circondati dal filo spinato». Una situazione che, sottolinea più volte, rappresenta «solo un’unghia rispetto a quello che vivono i palestinesi ogni giorno».

Ad Ashdod, racconta Lola Fabbri, sono avvenuti gli episodi più violenti. «Ci interrogavano cercando di farci firmare documenti in cui ci dichiaravamo terroristi pagati da Hamas, ma nessuno di noi ha firmato». Fabbri parla di oltre quaranta ore senza mangiare, ammanettati mani e piedi, privati del sonno. «Ci puntavano il fucile alla testa dicendo che non vedevano l’ora di spararci». Durante l’incontro Fabbri ha inoltre parlato delle denunce di violenze e abusi, comprese accuse di violenze sessuali nei confronti di alcune attiviste della Flotilla. Nonostante tutto, la skipper riminese torna più volte sull’importanza della solidarietà costruita fra gli attivisti e le attiviste. «Non ci siamo sentiti protetti da nessun governo, ma ci sentivamo protetti fra di noi. La Flotilla è stata una storia di persone che si prendono cura le une delle altre».

«Servono scelte concrete»

Durante l’incontro si è parlato anche delle richieste avanzate da Rimini con Gaza e la rete di Casa Madiba e dalla campagna “Basta complicità”, che ieri ha consegnato 11mila firme alla Regione Emilia-Romagna chiedendo, tra le altre cose, la rescissione di accordi commerciali con aziende israeliane. «Quando chiudiamo un occhio - conclude Fabbri - mettiamo a rischio la vita delle persone. Non basta prendere posizione a parole: servono scelte concrete».

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