Rimini. Scuola e multiculturalità, la preside: “I bambini stranieri sono una risorsa ma non è un idillio. E’ fondamentale il dialogo”

Rimini

«I bimbi stranieri alla Ferrari? Sono una risorsa ma non viviamo un idillio. La multiculturalità si costruisce un giorno alla volta». Inizia così la riflessione della professoressa Chiara Giovannini, dal settembre 2022 dirigente dell’Istituto comprensivo Centro storico che, pur tra tante soddisfazioni professionali, evidenzia un dato di fatto: «Anche a Rimini c’è chi non iscrivere i figli in scuole dove prevale il backround migratorio. Ho raccolto con infinito piacere - aggiunge - un’eredità importante che per dieci anni è stata in mano a Lorella Camporesi, ora dirigente alle Bertola. Il nostro istituto è composto da una scuola dell’infanzia, la “Gambalunga”, quattro scuole primarie (Ferrari, De Amicis, Griffa, Toti) e la media Panzini».

Alcuni evitano di iscrivere i loro bambini alla Ferrari: perché?

«Per l’alto numero di alunni stranieri presenti. Non a caso, la prima domanda che mi rivolgono alcuni genitori è: “La classe di mio figlio resterà indietro con il programma?”. Rispondo che a scuola si parla solo e esclusivamente italiano sebbene nel terzo millennio, in un mondo multiculturale, “rimanere indietro o andare avanti” siano concetti piuttosto nebulosi anche considerando la diffusione dell’Intelligenza artificiale. Di seguito chiedono la percentuale di allievi di cittadinanza non italiana manifestando il timore di finire in un contesto di cui non hanno conoscenza reale. È l’eterna domanda che si ritrova anche in Euripide, dove Medea è straniera, e il quesito che pronuncia spesso persino chi si dice progressista. Non ne sono stupita né spaventata».

Cosa ribatte?

«Rispondo con i dati ma sfido chiunque a non definire italiani bambini che studiano a Rimini dalla scuola dell’infanzia alla terza media. Nel tempo non sono mancate le interrogazioni comunali: una parte della politica afferma che, come da normativa, il numero degli studenti stranieri di una classe non dovrebbe superare il 30%. Detto questo, il quartiere su cui gravita la Ferrari è quello della Stazione di Rimini dove abitano al 90% famiglie di seconda generazione di origine bengalese, cinese ma anche nordafricana, ucraina e in minor numero sudamericana. Parliamo dei nuovi residenti del centro storico per i quali, come per tutti o quasi, la scuola più vicina resta quella più ambita. La proposta di scegliere un altro istituto non viene accolta anche perché in pochi hanno la patente o l’auto».

Quale percentuale di stranieri accogliete?

«Supera il 30% ma abbiamo ottenuto dagli uffici preposti l’avvallo a inserire tutti. Due invece le sezioni, l’una con orario dalle 8 alle 12.30 e l’altra a tempo pieno dalle 8 alle 16. Al momento contiamo 179 allievi e 9 classi».

È capitata una classe con un paio di italiani su una ventina di iscritti?

«Può accadere ma non è la norma. Certo è che le amicizie vengono mantenute nel tempo, al netto della provenienza geografica».

Perché iscriversi alla Ferrari?

«Perché una delle sfide di oggi è quella di imparare a vivere assieme, in armonia».

Cosa replica a chi teme che la multiculturalità abolisca i simboli del Natale?

«Di venire a trovarci quando allestiamo il presepio a grandezza naturale e l’albero, fermo restando il rispetto per tutte le religioni. Scelte, queste, che non hanno mai innescato polemiche. Chi è islamico non si avvale dell’ora di religione e studia una disciplina alternativa. Così fiorisce una convivenza pacifica tra tradizioni diverse con bellissime condivisioni a partire dai sapori della mensa».

Mai avuto problemi?

«Lungi da me parlare di eterno idillio ma nel nostro istituto non manca mai il dialogo. Mettendosi in cerchio, spieghiamo il perché delle diversità partendo dalla pratica di uno sport. Dietro a ogni famiglia, di qualunque etnia, esistono timori che si superano solo con la conoscenza reciproca. Dopo qualsiasi confronto ho sempre ricevuto il via libera da tutti».

Come affronterete l’educazione all’affettività?

«Decideremo come declinare i vari argomenti ma eventuali nodi non dipenderanno per forza dall’etnia di appartenenza. Va da sé che la scuola affronta già l’emotività ogni giorno: non ci siamo mai sottratti al nostro compito, anche perché in un ambiente accogliente si può parlare di tutto».

Ramadan: in che modo lo vivete?

«Rispettiamo chi ci chiede di non far suonare né danzare i propri figli in questa finestra temporale. L’età delle scolaresche non prevede ancora la preghiera. Per il resto tutto viene affrontato, negoziato e condiviso con serenità».

Richieste particolari?

«Il rientro in patria per periodi piuttosto lunghi, anche per rivedere i nonni. È un venirsi incontro, assegnando compiti da eseguire a distanza, ma chiarisco sempre come alle medie la frequenza scolastica sia dirimente e obbligatoria. In una scuola a vocazione multietnica è essenziale conoscersi a vicenda e imparare dall’altro, ma se ne può comprendere il valore, soprattutto vivendola dall’interno».

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