C’era anche un pizzico di Rimini sul palco di San Siro per l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina celebrata venerdì sera. A brillare davanti a 80mila spettatori dal vivo, con un’audience potenziale di miliardi di persone nel mondo, è stata la 44enne riminese Sara Barbieri, ballerina freelance che collabora con il Teatro alla Scala dal 2010. Era lei - nell’omaggio ai grandi compositori italiani - a indossare la maschera di Giacomo Puccini, al fianco dei colleghi che interpretavano rispettivamente Giuseppe Verdi e Gioacchino Rossini. Uno dei momenti centrali della cerimonia di apertura, colorata da una coreografia con personaggi giganteschi.
Rimini, Puccini a San Siro ha il volto di Sara, danzatrice alla Scala: “Sognavo di fare la giornalista, ho l’autografo di Bruno Pizzul”
Barbieri, com’è cominciata quest’avventura?
«Con una telefonata inattesa. Sono stata scelta perché il regista di quel segmento della serata, Damiano Micheletto, mi conosceva tramite il Teatro scaligero dove lavoro dal 2010 come danzatrice nelle produzioni di Opera».
Quali difficoltà comportava danzare con quella maschera?
«È stato necessario un training specifico oltre a prove iniziali prima di Natale. Le maschere, in polistirolo dipinto, pesavano diversi chili, soprattutto in ragione dell’imbracatura e del casco sottostanti. Per vedere, potevamo contare su due fori aperti in corrispondenza degli occhi dei personaggi, seppur coperti da una retina. Il problema è che alcune luci di scena producono un effetto schermante proprio se sommate alle maglie di una rete. Se non altro avanzava molto spazio sotto al mento dei “compositori” perciò con la coda nell’occhio riuscivamo a vedere dove mettevamo i piedi. La collaborazione con gli scenografi si è rivelata essenziale: infatti nel limite del possibile hanno apportato modifiche ai costumi. È stata una sfida: basti pensare che per far muovere la testa a Puccini dovevo spostare il busto».
Danzare era il suo sogno dell’infanzia?
«In realtà da bambina, quando tutte le amichette avrebbero desiderato diventare ballerine, volevo fare la giornalista sportiva per raccontare Mondiali, Olimpiadi e altri eventi analoghi. Conservo ancora un autografo di Bruno Pizzul con la scritta “Alla futura collega Sara”. Poi la vita ha preso un’altra strada ma la passione per lo Sport è rimasta tant’è che sono andata a Parigi per seguire le Olimpiadi da spettatrice. Così, quando mi è giunta la proposta di partecipare come artista professionista alla cerimonia d’apertura delle olimpiadi invernali, nella mia città d’adozione in uno stadio da 80mila posti, la Scala del calcio, ho provato emozioni indescrivibili. Si è chiuso un cerchio. Assistere ai momenti protocollari equivale a un privilegio. All’accensione del braciere, lo confesso, mi è scesa una lacrima».
Chi l’ha colpita in modo inaspettato?
«I numerosi volontari di tutte le età che sono animati da un entusiasmo contagioso. Dovevano seguire le nostre prove di sera, all’uscita dal lavoro o sacrificando il weekend. Un esempio ammirevole».
Ama Puccini o avrebbe preferito indossare un’altra “testa”?
«Essendo la più minuta tra i tre ballerini, mi hanno assegnato la maschera più grande ma il caso non avrebbe potuto scegliere meglio: adoro Puccini, in particolare la Tosca, e a marzo mi attende la Turandot a Milano».
Quali sensazioni ha provato?
«Ho pianto e ho riso tantissimo. Mi sono sentita felice e al centro del mondo. Durante l’esecuzione però, come sempre accade, sono scesa nel ruolo, con la massima concentrazione. Succede anche durante le prime della stagione alla Scala pur sapendo che andrò in scena in tutto il mondo. Ogni volta provo la sensazione di essere a casa, dopo passi ripetuti milioni di volte, tuttavia, stavolta, quando mi sono fermata ho sentito in profondità il significato di “Ubuntu”, la parola di origine africana citata dalla presidente del Cio (comitato olimpico internazionale) Kirsty Coventry: “Io sono perché noi siamo”».