Rimini, “per la consulenza bancaria mi spettano 172mila euro”. Il giudice: “Mancano le prove”

Rimini
  • 12 ottobre 2026

Un incontro di lavoro in un hotel, uno scambio di documenti riservati e l’ipotesi di aiutare una banca ad accedere a una piattaforma di finanziamento. Poi però arriva una richiesta di pagamento da 172.500 euro, ma per il Tribunale di Rimini non c’è la prova né di un incarico professionale per quella specifica attività, né del lavoro effettivamente svolto.

Per questo, come disposto dalla sentenza della giudice Giorgia Cecchini, la richiesta del consulente finanziario è stata respinta, condannandolo a pagare oltre 13mila euro di spese legali.

La vicenda

La controversia nasce nel marzo 2021, quando un professionista, specializzato in ambito finanziario e bancario, entra in contatto con i vertici di un istituto di credito. Il primo incontro avviene il 31 marzo in un hotel di Cattolica. Secondo la ricostruzione della società che ha poi fatto causa, in quell’occasione vengono affrontati possibili interventi per migliorare il rating e la reputazione della banca. Successivamente ci sarebbe stato un incontro con il direttore generale dell’istituto e uno scambio di informazioni riservate. Venne sottoscritto un accordo di riservatezza e la banca trasmise documentazione relativa alla propria situazione economica e patrimoniale, ai programmi futuri e ad alcune operazioni finanziarie.

Secondo la società, tutto questo avrebbe costituito l’avvio di una consulenza finalizzata anche all’inserimento della banca nella Piattaforma Imprese di Cassa Depositi e Prestiti, con l’obiettivo di favorire l’accesso a finanziamenti destinati al settore turistico, alberghiero e alle piccole e medie imprese. Il professionista, però, non avrebbe ricevuto il pagamento richiesto. Inizialmente aveva quantificato il compenso in 57.500 euro, poi “alzato” nel successivo giudizio a 172.500 euro, oltre agli interessi. La società si è opposta, sostenendo che non fosse mai stato conferito un incarico specifico per la consulenza e che l’accesso alla piattaforma fosse stato gestito autonomamente. La controversia, iniziata davanti al Tribunale di Pesaro e poi trasferita a Rimini per competenza territoriale, si è conclusa con il rigetto della domanda. Per la giudice, chi chiede il pagamento di una prestazione professionale deve dimostrare innanzitutto di aver ricevuto un incarico e di averlo effettivamente svolto. Nel caso concreto, secondo la sentenza, non è stata fornita una prova sufficiente dell’esistenza di un mandato. Anche l’accordo di riservatezza e la trasmissione della documentazione non sono stati considerati elementi decisivi: il primo era generico e non indicava lo specifico progetto, mentre i documenti inviati non dimostravano che fossero destinati a quella consulenza. Ma è mancata anche la prova concreta del lavoro svolto. Non sono stati prodotti, secondo il Tribunale, analisi, simulazioni, progetti o presentazioni che dimostrassero l’attività professionale sostenuta dal consulente finanziario.

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