Si chiude con un rigetto, a quasi diciotto anni di distanza dai fatti, l’ultimo capitolo giudiziario relativo alla tragica morte di Fabio Di Giovanni, il caporal maggiore 22enne che perse la vita durante un’esercitazione militare all’aeroporto di Rimini-Miramare. Il Tribunale amministrativo regionale per l’Emilia-Romagna ha infatti respinto il ricorso presentato dai familiari - i genitori e la sorella del militare - che chiedevano al Ministero della Difesa un risarcimento di oltre 580mila euro a titolo di eredità del diritto della vittima (quello che i giuristi chiamano “jure hereditatis”).
Rimini. Militare ucciso da una pala di elicottero, negato il maxi risarcimento ai familiari
Le cause del rigetto
Secondo i giudici amministrativi, nonostante la responsabilità del Ministero sia stata accertata nei precedenti gradi di giudizio, non sussistono i presupposti per questo specifico pagamento. La giurisprudenza italiana prevede infatti che, per risarcire la sofferenza fisica e psichica della vittima, debba intercorrere un “apprezzabile lasso di tempo” tra l’incidente e la morte. In quel frangente, la persona deve essere cosciente di ciò che sta accadendo, provando quella che i tecnici chiamano “lucida agonia” o danno catastrofale. Nel caso di Di Giovanni, purtroppo, le perizie hanno confermato che il decesso è stato immediato, impedendo tecnicamente che nascesse nel patrimonio del giovane quel diritto al risarcimento da trasmettere, poi, ai propri eredi.
La dinamica del dramma
Era la mattina del 16 dicembre 2008. Presso il 7° Reggimento Aviazione dell’Esercito “Vega” era in corso un’esercitazione di routine ma complessa. Fabio Di Giovanni sedeva sul lato passeggero di un fuoristrada Land Rover Defender, posizionato in testa a una colonna di quattro autocarri. La missione del convoglio era quella di simulare un obiettivo sensibile in attesa dell’intercettazione dall’alto. Ai comandi di un elicottero d’attacco Agusta A129 Mangusta c’era un maggiore dell’Esercito, il cui compito era quello di “agganciare” il convoglio e simularne il blocco per consentire i controlli di sicurezza. Il velivolo, dopo aver superato la colonna di mezzi, ha iniziato una manovra di virata a destra per tornare in posizione frontale rispetto agli autocarri. Tuttavia, qualcosa è andato drammaticamente storto: l’elicottero ha eseguito la virata a una quota troppo bassa e in anticipo rispetto ai parametri di sicurezza. Le pale del rotore principale hanno centrato in pieno la cabina della jeep, colpendo mortalmente il 22enne. Per Fabio non ci fu alcuna possibilità di scampo: l’impatto fu talmente violento da causare la morte istantanea.
Le responsabilità
La vicenda giudiziaria legata alla tragedia è stata lunga e segnata da conclusioni opposte tra le diverse magistrature. Inizialmente, la Procura Militare di Verona aveva disposto l’archiviazione del caso, non ravvisando reati specificamente militari o dolo nella condotta del pilota. Di parere opposto è stata invece la giustizia ordinaria: la Procura di Rimini ha proceduto per omicidio colposo, portando alla condanna del pilota a sei mesi di reclusione (pena sospesa). In quella sede, il giudice aveva anche stabilito una provvisionale di 100mila euro per la madre della vittima.
Sebbene i familiari abbiano già ottenuto il riconoscimento del risarcimento per il dolore proprio dei parenti (il danno “iure proprio”, legato alla distruzione del legame affettivo e alla perdita del figlio e fratello), questa nuova sentenza del Tar mette un punto definitivo sulla richiesta di indennizzare anche la sofferenza della vittima. I giudici bolognesi hanno ribadito che, non essendoci stata un’agonia prolungata, non è possibile quantificare un danno “ereditabile”.