Rimini. Manuela Bianchi ospite a Verissimo: «Ho detto la verità, l’ho visto in garage. Ma la verità assoluta spetta ai giudici»

Rimini
  • 13 aprile 2026

Rimini. «La persona che ha ucciso mia suocera, mi ha anche rovinato la vita». Inizia con questa consapevolezza amara, sospesa tra il dolore e il tradimento, la dichiarazione di Manuela Bianchi nello studio di Verissimo, in onda ieri su canale 5. Davanti a Silvia Toffanin non c’è solo la nuora di Pierina Paganelli - l’anziana uccisa con 29 coltellate - ma una donna prigioniera di un «triangolo amoroso incredibile» che ha trasformato la sua esistenza in un noir intriso di sangue e segreti. Manuela è visibilmente provata: la sua voce si spezza, procede a fatica tra i ricordi, esplodendo in pianto quando il discorso tocca la figlia Giorgia.

Il legame con Pierina

La Bianchi tratteggia un rapporto inizialmente sereno con la suocera: «I rapporti con Pierina erano buoni, lo sono stati per circa 40 anni», spiega, pur ammettendo una «profonda diversità caratteriale» tra loro. La tragedia di via del Ciclamino si innesta però in un contesto famigliare già logorato da una forte crisi matrimoniale con Giuliano Saponi.

Manuela parla con sofferenza di quella relazione, disegnando il profilo di un uomo capace di estrema dolcezza ma anche di improvvisi «scatti d’ira per motivazioni banali», precisando che si trattava di una violenza «sempre solo a livello psicologico ed emotivo».

Una passione nata nel silenzio

L’incontro con Louis Dassilva rappresenta per Manuela il ritorno alla vita, è l’uomo che le «ha fatto battere nuovamente il cuore».

Un amore vissuto nell’ombra, che però oggi ha lasciato il posto a un clima di terrore alimentato dalla moglie di Louis, Valeria Bartolucci. Il racconto si fa drammatico quando Manuela ricorda le minacce ricevute: «Ho dovuto abbandonare casa per le sue continue minacce, mi ha messo le mani addosso».

Ma è la frase sulla figlia Giorgia a scatenare il dolore più sordo: «Sentirsi dire “voglio vedere tua figlia in una bara bianca” è la cosa peggiore per un genitore.

Non è stato uno sfogo dettato dalla rabbia, era un discorso fatto con cognizione di causa: voleva farmi soffrire per tutta la vita».

Il trauma del garage

Il racconto del 3 ottobre 2023 è una ferita che Manuela fa fatica persino a nominare. Quando la Toffanin le chiede i dettagli di quella mattina, la resistenza emotiva è evidente: «I particolari sono racchiusi nelle 30 ore dell’incidente probatorio... preferirei non ripassarci sopra per l’ennesima volta». Accenna solo ad un fermo immagine che nemmeno l’Emdr (approccio terapeutico utilizzato per trattare traumi, stress post-traumatico, ndr) può cancellare: «Quella persona non era lì che si lamentava, era immobile. La cosa che sconcertava di più è che aveva la gonna tagliata in due, segno inequivocabile che qualcuno le avesse fatto del male».

La donna oscilla ancora tra la ricerca della verità e un residuo di protezione verso l’ex amante Louis: «Le cose che ho detto sono vere, l’ho visto in garage... ma chiedo ai giudici di accertare la verità assoluta perché lui non mi ha mai fatto una confessione».

La tensione massima si raggiunge quando si parla dei sospetti. Alla domanda su chi creda sia l’assassino il figlio della vittima, il suo ex Giuliano, Manuela taglia corto: «Vorrei che lo chiedeste a lui, non voglio rispondere a nome suo». E quando la domanda viene rivolta direttamente a lei, il muro si alza definitivamente: «Preferisco non rispondere».

Il presente

Il finale dell’intervista è un ritratto della solitudine. Da una parte il rapporto gelido con l’ormai ex marito Giuliano, che oggi le dice “Tu fai parte del passato, io vado avanti verso il futuro”, dall’altra, l’impossibilità di odiare Louis, nonostante tutto. «Molti mi giudicano, mi dicono: “Ma come? Ha ucciso tua suocera e tu hai ancora un pensiero per lui?”», ammette con disarmante onestà. «Lui è una persona che io ho amato immensamente. Lo conoscevo come una persona pacata, tranquilla, serena... non mi torna qualcosa. Di certo, non l’ha fatto per me». Resta solo la voglia di un ultimo confronto visivo: «Vorrei che avesse il coraggio di guardare nei miei occhi, perché io ricordo bene le promesse che mi ha fatto».

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