Rimini. La giornalista Giulia Innocenzi: “La mia vita tra insulti sessisti e querele, anche mamma mi ha detto chi me lo fa fare”

Rimini

«Querele, offese, insulti non mi fermeranno. Io continuerò a fare, onestamente, il mio lavoro e a ricercare sempre la verità. Là dove questa verità qualcuno cerca di nasconderla». Giulia Innocenzi, giornalista d’inchiesta riminese («ma vivo da tempo a Milano»), con esperienze in programmi d’informazione come Servizio Pubblico di Michele Santoro e Le Iene, dopo l’ennesima denuncia per diffamazione ricevuta per un suo servizio, trasmesso da Report, sugli allevamenti intensivi, racconta i pro e i contro di un mestiere, «il più bello del mondo se fatto da persona libera e scevra da compromessi», che, spesso, l’espone alla più becera volgarità social. «Gli odiatori ci sono e ci saranno sempre, ma dopo ogni mia inchiesta mandata in onda dalla televisione aumentano di numero. E giù parolacce, che vi faccio immaginare. Tutte a sfondo sessuale».

Innocenzi, la querela è diventata una vera e propria “arma” per bloccare le inchieste giornalistiche. Lei quante ne ha totalizzate?

«Ormai non le conto più. Attualmente ne ho due in corso, e pochi giorni fa ne ho ricevuta un’altra che non so ancora chi me l’abbia fatta. So solo che riguarda un servizio mandato in onda da Report e che l’atto arriva dalla Procura di L’Aquila. Ma di querele ne ho ricevute anche quando lavoravo per la trasmissione Servizio pubblico di Santoro e per le Iene. Ma anche in occasione della messa in onda del documentario Foodforprofit ho ricevuto quattro diffide. Ma non finisce qui, perché ho in corso un procedimento, in sede civile, per una richiesta danni di 500mila euro. Come vede la mia è una vita complessa».

Ha mai perso una causa?

«Per adesso sono state tutte archiviate».

Secondo lei perché in Italia non si è ancora fatto nulla contro le querele temerarie?

«Perché i politici sono i primi a ricorrere a questo “strumento” e, quindi, non hanno alcun interesse a privarsene. Per loro, che possono permetterselo, così come per le grandi aziende, non è un problema querelarti e affidarsi ai più grandi studi legali italiani per zittirti e bloccare le inchieste che li coinvolgono. E questo è uno dei più grandi problemi dell’informazione italiana oggi».

Lei lavora a Report come free lance: senza lo scudo legale della Rai potrebbe fare ugualmente le sue inchieste?

«Assolutamente no! Non potrei fare nomi di aziende, di politici, e di grandi imprenditori coinvolti. Perché davanti all’idea di ritrovarmi davanti a richieste di risarcimenti danni da centinaia di migliaia di euro non dormirei la notte, così come dover pagare, lautamente, un bravo avvocato per farmi difendere... sarei costretta a rinunciare. Disponendo, invece, della garanzia legale Rai le cose cambiano, e molto».

Il suo è un giornalismo d’inchiesta puro, fatto sul campo, che la espone a molti rischi. In un momento in cui gran parte dell’informazione si è trasformata in comunicazione e propaganda si è mai posta la domanda: ma chi me lo fa fare?

«No! (ride). Perché non potrei fare altro. Perché questo è il mio lavoro, ed è così che voglio continuare a farlo. Le dico però una cosa: questa è la stessa domanda che spesso mi fa mia madre quando le parlo di querele, insulti e offese che ricevo. Giulia, mi dice: “ma chi te lo fa fare?”».

Oltre alle querele, ha mai ricevuto minacce?

«Minacce no. Fortunatamente! Spintoni, smanacciate, sì, durante i servizi d’inchiesta. Ma lettere minatorie o telefonate intimidatorie, se è questo che intende, no».

Insulti e offese social le arrivano?

«Mamma mia! Tantissime. E tutte di natura sessista. Nessuno che mettesse in dubbio la mia professionalità, criticasse il mio modo di lavorare. Parolacce su parolacce, e tutte legate al sesso. Insomma, il più becero machismo. Con una frase spesso ricorrente: “Ti auguro di essere stuprata da qualche extracomunitario”.».

In questi casi come reagisce?

«Come reagisco? Prima ci passavo sopra, dicevo: tanto la finiranno e si stancheranno. Ma siccome ho visto che ignorarli è peggio, adesso parto in quarta e corro a denunciarli alla Polizia postale. Non bisogna mai accettare passivamente questi attacchi, perché non rientrano nel convivere civile. Le dico di più: uno di questi personaggi, che tra l’altro partecipò all’assalto alla Cgil, dopo averlo denunciato per le frasi inaccettabili che mi aveva scritto, ha messo i miei dati personali ad uso e consumo dei suoi follower».

Le persone a lei più care, in questi casi, come la prendono?

«Si preoccupano e anche tanto. Anzi, sono loro quelli più spaventati. Perché io, dopo 24 anni di questo lavoro, sono ormai abituata. Diciamo che c’ho fatto il “callo” e lo prendo come rischio del mestiere».

Torniamo alle sue inchieste giornalistiche: di cosa si sta occupando adesso?

«Sto lavorando sempre sul filone della carne scaduta e rimessa sul mercato, uno scandalo portato alla luce con Report e che ha avuto delle conseguenze incredibili, tra sequestri e allerta alimentare».

Innocenzi, che consiglio si sente di dare a tutti quei giovani che vorrebbero intraprendere la carriera giornalistica, ma trovano spesso la porta chiusa?

«Non scoraggiatevi, non mollate. Credete in voi stessi, studiate, informatevi. E, soprattutto, non scendete a compromessi, non cercate raccomandazioni, anche se vi sembrerà quella la strada migliore, la più semplice, la scorciatoia. Perché questo mestiere è bello solo se lo fai in piena libertà e autonomia. Una volta compromesso non sarai più libero e avrai tradito la professione».

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