Una professoressa rimasta per quasi vent’anni nella stessa condizione di precarietà ha ottenuto giustizia in tribunale. Il giudice del Lavoro Lucio Ardigò ha riconosciuto che la reiterazione dei contratti a termine nella scuola non era più una soluzione temporanea, ma un sistema consolidato di abuso.
Per questo ha condannato le amministrazioni scolastiche al risarcimento del danno, quantificato in 18 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto (circa 30mila euro), tenendo conto della durata complessiva del rapporto e del numero dei contratti succedutisi nel tempo.
La vicenda riguarda una docente in servizio nella scuola pubblica della provincia di Rimini, impiegata con una lunga sequenza di supplenze annuali su posti vacanti dell’organico di diritto. Secondo quanto ricostruito in giudizio, la professoressa ha prestato servizio per circa 18 anni scolastici consecutivi, dal 2008/2009 al 2025/2026, sempre con contratti a tempo determinato rinnovati senza soluzione di continuità. Al centro del ricorso vi è la denuncia di una precarizzazione strutturale: la docente ha sostenuto di aver lavorato per anni su cattedre stabilmente disponibili per l’amministrazione, pur restando formalmente fuori dal ruolo, e di aver superato ampiamente la soglia dei 36 mesi prevista dalla normativa nazionale e dai principi europei in materia di lavoro a termine.
Secondo il Tribunale, il rapporto non aveva più carattere temporaneo, ma era diventato di fatto stabile, in assenza tuttavia delle procedure concorsuali necessarie per l’accesso ai ruoli. Un elemento decisivo, evidenziato nella motivazione, è la mancata indizione regolare dei concorsi previsti per il reclutamento, circostanza che - secondo il giudice - integra l’abuso nella reiterazione dei contratti.
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