Rimini, il ricercatore Ires Cigl: “Il turismo va ripensato, ma non con le piscine”

Rimini

«E’ arrivato il momento di ripensare l’offerta turistica. Ancor di più a Rimini, dove l’economia è legata a filo doppio alle vacanze balneari e di massa. Ma non facciamolo con le piscine in spiaggia». Gianluca De Angelis, ricercatore Ires, Istituto ricerche economiche e sociali che fa capo alla Cgil, lancia l’allarme. E lo fa al termine di una stagione estiva, tra le più lunghe mai ricordate, che sta tenendo aperti molti alberghi e che sta dando numeri record in termini di arrivi e presenze.

I picchi di calore

«Grazie agli stranieri, ai numeri di passeggeri in crescita all’aeroporto Fellini – commenta De Angelis -. Tutto vero. Ma attenzione al clima che ci sta dando segnali preoccupanti. Qualcuno, ad esempio, si è accorto dell’imprevedibilità e violenza di certi eventi climatici? E non parlo dei disastri causati, in diverse zone del Paese, dalla grandine grande come albicocche o dalle forti tempeste con trombe d’aria ricorrenti e alluvioni devastanti. Parlo più semplicemente delle temperature, dei picchi di calore, mai registrati prima, che abbiamo toccato da luglio e metà settembre. E qualcuno si è accorto degli spazi vuoti in spiaggia e dei tanti ombrelloni vuoti? Siamo davanti ad un segnale da non sottovalutare. Il segnale di quel cambio di domanda turistica che, ai rischi connessi dall’esposizione al sole e al caldo, potrebbe spingere i più ad allontanarsi dal sistema balneare».

Consumo di energia

E guai a pensare a piscine e zone refrigerate come panacea: l riferimento è alla possibilità (prevista dai bandi di gara del Comune) di realizzare 250-300 mq di impianto natatorio in spiaggia attraverso una macro aggregazione di 8-9 stabilimenti balneari, oppure ai 100 mq di piscina realizzata attraverso una aggregazione di 2-3 bagni confinanti. «Assolutamente no – sottolinea il ricercatore -. Anzi, sarebbe un modo per impattare sempre di più sul clima attraverso un consumo enorme di energia e una maggiore impermeabilizzazione dell’arenile. In attesa, magari, che, a causa delle temperature insopportabili, le spiagge si ritrovino senza più bagnanti». Lo chiama il “sistema delle macerie” De Angelis. Il pericolo cioè di ritrovarsi, anche a Rimini «così come nelle aree deindustrializzate ricche di scheletri di capannoni e di infrastrutture degradate», con cubature di cemento prive di destinazione. Il riferimento è a quel consumo di suolo che, durante un incontro dal titolo “Dalla parte del suolo”, promosso da Legambiente, da Rimini EcoSocialista, e da altre associazioni ambientaliste, alla sala polivalente delle Celle, alla presenza del docente Paolo Pileri del Politecnico di Milano, non sembra destinato a rallentare.

L’erosione del suolo

Colate di cemento che tra alberghi, ristoranti, locali e nuove case, nel solo 2021-2022, a Rimini avevano provocato un’erosione di suolo di 18,68 ettari: «Il salto più alto registrato da qualsiasi comune della provincia in questi anni di rilevazioni dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra)», lo ha considerato Rimini EcoSocialista. Consumo che nel 2022-2023 si era attestato sui 7,05 ettari, e nel 2023-2024 sui 6,77 ettari. Con una fascia costiera, poi, quella dei primi 300 metri dal mare, cementificata per il 63,4% del totale. Senza contare i nuovi progetti - mettono in guardia Legambiente e le altre associazioni - «dalle piscine lungo la spiaggia al nuovo mercato ittico previsto a San Giuliano Mare: un’opera che deturpa il paesaggio e aumenta traffico e smog», stigmatizza Rimini EcoSocialista. Fino all’ampliamento della Fiera di Rimini con la costruzione del “Cupolone” da 20 mila posti. «Ma attenzione alla fascia che va dai 300 ai 1000 metri – rilancia De Angelis – perché in questo caso la provincia di Rimini è presente con ben tre comuni tra i primi 20 posti in Italia: Rimini, Riccione e Cattolica. E se consideriamo il suolo consumato in aree ritenute a pericolosità idraulica elevata, la percentuale tocca il 35,1% a Rimini, il 28,7%a Bellaria e il 37,7% a Riccione».

Il lavoro dipendente

Tutto questo davanti ad un sistema economico, quello riminese, che, «nel 2024 – avverte il ricercatore Ires-Cgil - ha prodotto salari medi da lavoro dipendente privato pari a 18.349 euro lordi, con settori come quello dell’alloggio e della ristorazione dove i salari medi si sono attestati tra gli 8.5 e i 9.3 mila di euro annui (parliamo di occupazioni stagionali, ndr), mentre quelli della pulizia e cura di edifici non hanno superato i 13 mila euro». Chiosa, allora, De Angelis: «Siamo davanti ad un sistema, quello turistico, che produce una ricchezza che rimane nelle disponibilità delle imprese turistiche, spesso piccole e familiari, e che non sembra in grado di redistribuirsi».

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