Rimini, il prof lascia il liceo per insegnare in Etiopia: “Mi serviva una scossa e sono partito”

Rimini

Ha lasciato Rimini, dove si era trasferito quasi venti anni fa dal Piemonte, per insegnare nella più grande scuola italiana all’estero, che sorge in Etiopia ad Addis Abeba dove, salvo imprevisti, resterà per i prossimi sei anni con eventuale proroga per un altro triennio.

Giorgio Ansaldi 54 anni, fino allo scorso anno scolastico, era docente di matematica e fisica, al liceo linguistico “Giulietta Masina” di Viserba. Per lui non si tratta di una prima volta poiché si era recato in Australia dal 2008 al 2010 in missione per la Comunità Papa Giovanni XXIII di cui è membro.

Ansaldi, perché ha scelto di insegnare all’estero?

«Avevo bisogno di una scossa e così mi sono rimesso in gioco, sebbene mi trovassi in una situazione ideale, grazie a una scuola dove potevo insegnare Fisica in lingua inglese e accompagnare gli studenti all’estero. Nel marzo del 2025 sono venuto a sapere del concorso indetto dal Maeci (Ministero affari esteri e cooperazione internazionale) per la mia classe di concorso che mancava all’appello da sei anni. Visionando il bando, ho notato che ero in possesso dei requisiti. È seguito il colloquio alla Farnesina che ho superato con un punteggio alto, poi a inizio settembre mi hanno proposto tre possibilità: Il Cairo in Egitto, Korca in Albania e appunto Addis Abeba, nell’Istituto italiano statale omnicomprensivo “Galileo Galilei” (che si occupa della formazione di alunni dalla primaria alle superiori) dove ora mi trovo assieme a 48 colleghi a fronte di 968 allievi (inclusa la scuola d’infanzia paritaria) all’85% di nazionalità etiope. Il mio salto nel buio si è rivelato una buona scelta. Oggi insegno con entusiasmo in quattro classi del Liceo economico sociale, una realtà sfaccettata e multireligiosa. L’anno scolastico va dal 1° settembre all’11 giugno con orario 8 - 15 (salvo il venerdì quando usciamo alle 14) scandito da tre intervalli. Dopo aver conseguito il diploma, se vorranno, i miei ragazzi potranno iscriversi al primo anno di un ateneo italiano e continuare, ma è necessario che mantengano il ritmo conquistando una borsa di studio anche per gli anni successivi».

Che cosa le ha insegnato quest’esperienza?

«Il bilancio è più che positivo nonostante si tratti di una sede definita dal ministero “particolarmente disagiata”. Questa è una terra bellissima, ma non priva di contraddizioni che spronano a riflettere, considerando che accanto a mega ville e grattacieli si affiancano case di lamiera. Situazioni sfidanti e scomode che, tuttavia, fanno emergere una grande dignità affiancata da un’esplosione di vita nel segno della resilienza».

Le differenze tra gli allievi etiopi e quelli riminesi?

«I miei nuovi studenti sono assetati di conoscenza e curiosi, vedono lo studio come una possibilità di riscatto. Quanto al dialogo con i genitori è sereno e rispettoso dei ruoli».

Consiglierebbe questa parentesi ad altri colleghi?

«Senz’altro ma sapere l’inglese non basta. Conta molto la capacità di adattarsi e di uscire dalla propria comfort zone. Qui talvolta l’elettricità va e viene proprio come il collegamento Internet. Quel poco di cibo italiano che si trova, costa caro. Poi c’è il discorso dell’altitudine: vivere a 2.400-2.500metri sul livello del mare mette a dura prova la pressione sanguigna.

Tra i “pro”, invece, oltre al grande privilegio di valorizzare la lingua e cultura italiana e vivere in un ambiente internazionale (Addis Abeba è sede dell’Unione africana e quindi di un centinaio di ambasciate), va menzionata la retribuzione che, oltre allo stipendio prevede un’indennità di servizio estero, e il rimborso dell’affitto oltre a un assegno per coniuge o figli a carico. Detto questo, cerchiamo di contraccambiare questa splendida terra e di far girare l’economia, assumendo nel nostro piccolo (soprattutto chi vive in una casa singola) almeno un guardiano e una mammitè (donna di servizio), comprando prodotti locali e affidando piccoli servizi e trasporti a persone del posto».

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