Si è chiuso con condanne in primo grado il processo che vede tre imprenditori santarcangiolesi accusati di evasione fiscale e riciclaggio per aver messo in piedi, in concorso con altri, una remunerativa frode fiscale da circa 1,3 milioni di euro. Così ha deciso ieri il Tribunale collegiale, presieduto dalla giudice Fiorella Casadei.
Nel dettaglio: due anni di reclusione per il 66enne Stefano Lunedei, difeso dall’avvocato Massimiliano Orrù (ma sostituito in aula dalla legale Simona Conti). Per lui il pm Luca Bertuzzi aveva chiesto 2 anni e 6 mesi di carcere. Dovrà scontare invece due anni e due mesi il figlio 32enne Andrea (per il quale erano stati richiesti un anno e 6 mesi), mentre il 68enne Roberto Mugnai, assistito dal legale Francesco Nucera del foro di Ancona, è stato condannato a un anno e 2 mesi. Condannata anche la figlia di Stefano Lunedei, Alessandra, a un anno di carcere (per la quale erano stati richiesti un anno e 4 mesi).
Il Tribunale ha poi dichiarato il non doversi procedere nei confronti della moglie, Stefania Molino, accusata di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, perché il reato è estinto per intervenuta prescrizione.
Meccanismo ingegnoso
Alla base della frode fiscale, tra settembre 2015 e febbraio 2017, secondo le indagini del Nucleo di polizia economico-finanziaria, c’era un ingegnoso meccanismo. Lo schema prevedeva di gestire le attività più redditizie, compresi i bar aperti 24 ore su 24, senza preoccuparsi del Fisco: niente dichiarazioni dei redditi e false fatturazioni per abbattere l’imponibile.
A un certo punto, le società in questione venivano “svuotate” di ogni asset aziendale a favore di altre società (sempre riconducibili, tramite interposta persona, ai medesimi attori della frode) e cedute a nullatenenti, in modo da rendere inefficaci le eventuali procedure di riscossione coattiva da parte dell’Erario. Qualche tempo dopo, quindi, gli stessi imprenditori riacquistavano dai prestanome la proprietà delle quote sociali delle società neocostituite, reimpossessandosi di fatto delle proprie attività commerciali non più gravate da debiti d’imposta.
L’operazione si è sviluppata a partire da una banale verifica sulle emissioni di scontrini. A seguito delle indagini, tre locali “storici”, come il Bar Bigno e il bar Ottoemezzo a Rimini e l’Autobar a Santarcangelo, gestiti da società riconducibili alla famiglia Lunedei, vennero sequestrati preventivamente dalla Guardia di finanza, assieme ai conti correnti dei principali indagati, per l’equivalente della presunta evasione fiscale. Nell’ambito degli accertamenti vennero individuati anche 81 lavoratori risultati irregolari: 16 dei quali completamente “in nero”, altri pagati con somme “fuori busta”.