Dopo le dichiarazioni di ieri del sindaco di Rimini Jamil Sadegholvaad contro Roberto Savi e la sua apparizione a Belve Crime, si anima il confronto sulla Uno Bianca con la replica che l’appuntato in congedo Vito Tocci ha affidato ai social. Tocci (scampato al sanguinoso colpo di Miramare del 1991) si rivolge direttamente al primo cittadino di Rimini: “Nessuno mette in discussione il diritto – che Le spetta come a ogni cittadino – di esprimere un giudizio su una vicenda complessa e dolorosa come quella legata alla Banda della Uno Bianca. Allo stesso modo, è fuori discussione che le sentenze definitive abbiano accertato responsabilità precise, in particolare quelle dei fratelli Fabio Savi e Roberto Savi. Tuttavia, ciò che appare discutibile non è tanto il contenuto della Sua opinione, quanto il ruolo dal quale essa viene espressa. Quando si interviene nella veste di sindaco, le parole non sono mai soltanto personali: esse rappresentano un’intera comunità e, proprio per questo, richiedono una particolare misura, prudenza e sensibilità”.
Continua Tocci: “In una vicenda che ha lasciato ferite profonde e ancora aperte, sarebbe stato forse opportuno accompagnare il richiamo – legittimo – al rispetto delle sentenze con un segnale altrettanto chiaro di attenzione verso i familiari delle vittime. Alcuni di loro hanno ritenuto di presentare esposti per chiedere ulteriori verifiche su aspetti che percepiscono come non pienamente chiariti: non per negare ciò che è stato accertato, ma per continuare a cercare una verità che sentono ancora incompleta. La storia del nostro Paese insegna che questo tipo di istanze non può essere liquidato con leggerezza. Basti pensare alla Strage della stazione di Bologna, dove proprio la determinazione dei familiari ha contribuito, nel tempo, a far emergere ulteriori livelli di responsabilità. Questo non significa mettere in discussione automaticamente ogni verità giudiziaria, ma riconoscere che la ricerca della verità può essere un processo lungo e, talvolta, ancora aperto”.
Tocci insiste sul dovere di indagare: “Per questo motivo, alcune domande – anche quando provengono da fonti discutibili o da soggetti condannati – non dovrebbero essere respinte a priori, bensì verificate con rigore. Tra queste rientrano interrogativi che, nel dibattito pubblico, continuano a riemergere: vi furono o meno interferenze di apparati esterni nelle indagini? La dinamica dell’individuazione e dell’arresto è stata ricostruita in modo pienamente trasparente? Ad oggi, è corretto ricordare che non esistono riscontri giudiziari che confermino tali ipotesi, e che le ricostruzioni ufficiali attribuiscono l’arresto della banda al lavoro investigativo delle forze dell’ordine. Tuttavia, proprio per il rispetto dovuto alle vittime e per il valore di quel lavoro, eventuali dubbi meriterebbero di essere affrontati con la massima trasparenza, evitando che restino sospesi nel tempo alimentando sfiducia. Le istituzioni, e chi le rappresenta, hanno il compito non solo di difendere la verità accertata, ma anche di saper ascoltare. Un atteggiamento che tenga insieme fermezza e apertura, rispetto delle sentenze e attenzione verso chi continua a porre domande, contribuirebbe a rafforzare – e non a indebolire – la fiducia dei cittadini. Forse, proprio questo equilibrio avrebbe reso il Suo intervento non solo istituzionalmente più appropriato, ma anche più vicino alla sensibilità di una comunità che, su questa vicenda, porta ancora il peso della memoria e del dolore”.