Un suono familiare è tornato a farsi sentire lungo la costa riminese, ieri notte tra le 3 e le 6. Non era un allarme, ma il battito cardiaco del porto che riprendeva a pulsare. Dopo settimane di ricerche per reperire componenti e lo studio di circuiti d’altri tempi, il nautofono ha dato segni di vita. Se n’era già parlato a novembre di restituire a Rimini una delle sue voci più iconiche e poco prima di Natale, infatti, un tavolo tecnico decisivo tra l’amministrazione comunale, i vertici della società multiservizi impegnata nella valorizzazione del patrimonio pubblico Anthea e gli esperti del settore ha tracciato la rotta giusta: bisognava intervenire su un sistema tanto affascinante quanto arcaico. Non è stato affatto un percorso semplice, ma la perseveranza ha pagato.
Ne abbiamo parlato con Nadia Rossi, presidente di Anthea, che ha seguito da vicino ogni fase di questa operazione di guarigione del “vecchio marinaio”.
Presidente Rossi, ieri notte Rimini ha riaperto gli occhi – o meglio, le orecchie. Il nautofono ha suonato di nuovo. Com’è andata?
«È stata un’emozione forte. Abbiamo lavorato a stretto contatto con l’amministrazione comunale per ridare voce a questo pezzo di storia. Erano anni che il nautofono restava in silenzio o, peggio, faceva i capricci. Ieri notte sembra che l’intervento abbia finalmente dato i frutti sperati: ha suonato esattamente quando doveva. Un successo tecnico, ma soprattutto di cuore».
Qual è stata la sfida più grande?
«Parliamo di un sistema arcaico, una tecnologia d’altri tempi. La difficoltà principale non è stata solo capire dove intervenire, ma trovare qualcuno che sapesse ancora dove mettere le mani e, soprattutto, recuperare i pezzi di ricambio. È un lavoro di artigianato tecnologico che richiede pazienza e una memoria storica che purtroppo si sta perdendo».
Possiamo dire che il problema è risolto definitivamente o siamo ancora in fase di test?
«Dobbiamo essere cauti. L’intervento di sostituzione di un componente pare abbia funzionato, ma non possiamo ancora dire sia definitivo. Continuiamo a lavorarci sopra e a monitorarlo costantemente. È un “paziente” anziano che ha bisogno di cure continue; stiamo affinando il sistema proprio in questi giorni per assicurarci che non ci siano nuove ricadute».
Oggi le navi hanno radar e gps sofisticati. Perché riparare uno strumento che tecnicamente sarebbe superato?
«Per Rimini non è uno strumento di navigazione, è un simbolo. I marinai oggi hanno sistemi digitali per gestire le criticità, e il nautofono non rientra più nelle strumentazione obbligatorie per legge, ma il suo suono rappresenta l’appartenenza sociale, la nostra identità marinara. Toglierlo sarebbe come togliere una parte dell’anima della città. È la nostra sentinella, un punto di riferimento affettivo prima ancora che tecnico».
In passato era diventato un po’ imprevedibile, vero?
«Altroché! Prima di questo intervento era diventato totalmente anarchico: suonava anche in pieno giorno, senza nebbia, quando decideva lui. Abbiamo dovuto riportare un po’ di disciplina in questo vecchio brontolone, sperando che ora decida di collaborare».