Rimini. Cgil: «Per 40mila pensioni riminesi e la maggioranza dei dipendenti aumenta la sperequazione rispetto ai redditi più elevati»

Rimini
  • 30 gennaio 2024

RIMINI. «Irpef, il governo sta appiattendo gli scaglioni. Dal primo gennaio le aliquote da 4 sono passate a 3, senza alcun vantaggio per i redditi più bassi». L’accusa arriva dalla Cgil e dallo Spi Cgil di Rimini con un documento a firma di Francesca Lilla Parco e Roberto Battaglia. «Dal primo gennaio 2024», scrivono, «sono entrati in vigore i nuovi scaglioni dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF). Il nuovo meccanismo suscita preoccupazione per gli effetti sui redditi da pensione e da lavoro dipendente. La progressività fiscale della tassazione, infatti, rischia di essere lentamente ma inesorabilmente compromessa... Il reddito annuo è suddiviso in tre fasce con relative aliquote: da zero a 28.000 euro aliquota del 23%, da 28mila a 50mila del 35%, oltre 50mila aliquota del 43%».

«La principale modifica», aggiungono, «consiste nell’accorpamento del secondo scaglione (precedentemente del 25% per redditi tra € 15.001 ad € 28.000) nel primo scaglione; ora con un’aliquota unica del 23%. Sui redditi fino ad € 15.000 i benefici sono insignificanti, già vanificati dall’aumento del costo della vita e dall’eliminazione di vari bonus sociali. In provincia di Rimini, per quasi 40.000 pensioni di vecchiaia/anzianità di importo fino ad € 15.000 annui lordi, questa norma non porta alcun beneficio ed aumenta la sperequazione rispetto ai redditi più elevati. Così pure gli effetti sulla maggioranza dei redditi da lavoro dipendente, che si collocano in provincia di Rimini attorno ad € 17.000 annui lordi; i più bassi della regione Emilia-Romagna».

Per Lilla Parco e Battaglia «questo appiattimento degli scaglioni è previsto peraltro in via sperimentale per il solo 2024, generando confusione e sollevando interrogativi in un campo – quello fiscale – molto delicato; una riforma che secondo il Governo avrebbe dovuto essere epocale, si limita ad un anno e con incognite per il futuro dei più poveri. La norma così come congegnata contraddice l’articolo 53 della Costituzione Italiana, che sancisce il principio della progressività fiscale a garanzia dell’equità del sistema tributario. L’appiattimento degli scaglioni e delle aliquote sembra orientarsi verso la cosiddetta “Flat Tax”, un sistema di tassazione con un’aliquota unica, priva di progressività. Tale approccio, senza adeguati contrappesi, rappresenta uno svantaggio per i redditi più bassi; una pratica non adottata in nessun paese dell’Europa occidentale».

L’esempio

«Si ponga il caso di un reddito imponibile di € 80.000 con una tassa piatta del 23%», scrivono; «in questa maniera si pagherebbe il 23% sia con un reddito di € 28.000 annui, che di € 80.000: una pura ingiustizia. In Italia esiste un problema che si chiama evasione tributaria e contributiva che, secondo le stime del Ministero dell’Economia e delle Finanze (GAP delle entrate, relazione 10/2023), ammonta mediamente ad € 96,3 miliardi nel triennio 2018/2020, principalmente derivanti da evasione IVA e IRPEF d’impresa (mediamente € 58,2 miliardi). Forse prima che di tassa piatta o condoni, in questo Paese sarebbe ora di parlare di giustizia fiscale; dato che a pagare di più sono sempre dipendenti e pensionati.

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