Rimini, “anziano ingannato per lasciarle l’eredità”: ma per la Corte il testamento è valido

Non basta dimostrare che una persona anziana o fragile sia stata influenzata nelle proprie scelte. Per ottenere l’annullamento di un testamento è necessario provare che il testatore sia stato vittima di veri e propri raggiri, capaci di alterarne la volontà. È questo il principio ribadito dalla Prima Sezione Civile della Corte d’Appello di Bologna che, con una sentenza firmata dal presidente Giuseppe De Rosa e dai giudici Antonella Allegra e Rosario Lionello Rossino, ha confermato integralmente la decisione del Tribunale di Rimini, respingendo il ricorso dei figli di un uomo deceduto nel 2020 contro la donna nominata sua erede universale.

La vicenda

La causa riguarda la successione di un uomo che, con testamento pubblico redatto il 20 giugno 2012, aveva deciso di lasciare l’intero patrimonio a una donna con la quale intratteneva un rapporto di fiducia. Dopo la sua morte, avvenuta nell’ottobre 2020, i due figli hanno impugnato il testamento sostenendo che quella scelta non fosse stata libera. Secondo la loro ricostruzione, la beneficiaria avrebbe approfittato della fragilità psicologica del padre, convincendolo a nominarla erede universale promettendogli una relazione sentimentale e una convivenza che, a loro dire, non si sarebbero mai concretizzate. Al centro della controversia vi era un patrimonio immobiliare di valore a Cattolica. L’asse ereditario comprendeva infatti due appartamenti, due cantine e un’autorimessa. Successivamente all’apertura della successione, uno degli appartamenti e il relativo garage sono stati venduti a un terzo soggetto per 135mila euro, mentre gli altri immobili sono rimasti intestati all’erede testamentaria. I figli hanno quindi chiesto che venisse dichiarata aperta la successione legittima, con l’attribuzione del patrimonio ereditario in parti uguali, oltre alla restituzione degli immobili ancora esistenti e della somma ricavata dalla vendita dell’appartamento. Il Tribunale di Rimini ha però respinto integralmente la domanda, ritenendo non provata l’esistenza del dolo denunciato dagli eredi. Contestualmente ha disposto la revoca del sequestro conservativo sugli immobili e condannato i figli al pagamento delle spese processuali.

Il ricorso

I due hanno quindi deciso di rivolgersi alla Corte d’Appello, sostenendo che il giudice di primo grado avesse sottovalutato alcune testimonianze e la documentazione sanitaria relativa alle condizioni di salute del padre. I giudici bolognesi, però, hanno confermato la ricostruzione del Tribunale. Secondo la Corte, infatti, non è sufficiente dimostrare che il testatore sia stato persuaso, sollecitato o emotivamente influenzato da un’altra persona. Per invalidare le sue ultime volontà è necessario accertare l’esistenza di comportamenti fraudolenti, come artifici o raggiri, tali da creare nel testatore una falsa rappresentazione della realtà e da orientarne la volontà verso una decisione che, altrimenti, non avrebbe preso. Nel caso esaminato, la testimonianza indicata dai figli dimostra soltanto che il defunto aveva confidato a un conoscente le promesse ricevute dalla futura erede, ma non costituisce la prova di un comportamento fraudolento. Dalla documentazione sanitaria sono poi emersi, nell’anziano, problemi cognitivi e una forma di demenza, patologie diagnosticate tra il 2018 e il 2020, mentre il testamento era stato sottoscritto sei anni prima. Per questo motivo, secondo i giudici, quelle condizioni cliniche non possono essere utilizzate per dimostrare che il testatore fosse vulnerabile al momento in cui dispose delle proprie ultime volontà. La Corte d’Appello ha quindi respinto integralmente il ricorso, confermando la validità del testamento e il riconoscimento della donna quale unica erede. È stata inoltre confermata la cancellazione della trascrizione della causa e del sequestro conservativo sugli immobili. I figli sono stati infine condannati al pagamento delle spese del giudizio d’appello, liquidate in oltre 11mila euro.

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