Rimini, Andrea Calcinari: “Microspie, tradimenti e spacciatori, ecco che vuol dire fare l’investigatore”

Rimini

Andrea Calcinari, investigatore privato dal 2013 e titolare di Cta Investigazioni, attivo in tutta la regione, ma in particolare nella provincia di Rimini, svela curiosità legate al lavoro investigativo e approfondisce aspetti legati ad una professione che si basa su specifiche competenze, obiettivi concreti, fatti verificabili, risultati utili.

Calcinari, da detective a investigatore: tra finzione e realtà quotidiana. Dove sta la verità?

«La nostra è una figura profondamente enfatizzata, anche a livello cinematografico». Di casi bizzarri, assurdi, particolari ce ne sono, ma dettati unicamente dalla curiosità di sapere cosa fa l’altro. La persona che ti contatta per chiederti di pedinare la moglie mentre lui è con l’amante ha del fantasioso. Ci si rifiuta di procedere. Il vincolo matrimoniale va protetto e non sempre la volontà può essere legittimata. Detto ciò, il lavoro reale è fatto di riscontri e accertamenti. Solo mettendo in ordine le idee fin dalle battute iniziali, si stabilisce col cliente un rapporto di stima, illustrando la realtà in termini prettamente legali».

Infedeltà coniugali e non solo. Cos’altro c’è dietro un’inchiesta investigativa?

«Fino a dieci anni fa venivamo contattati soprattutto per scoprire eventuali e ipotetici tradimenti. Oggi si aggiungono casi aziendali per avviare controlli sull’operato dei dipendenti, falsi infortuni o malattie, assenze anomale. Ad esempio, il dubbio di un imprenditore attivo sul territorio emiliano-romagnolo sorgeva a fronte delle numerose richieste di permessi con Legge 104 cui il lavoratore, con una separazione dalla moglie alle spalle, aveva diritto per assistere la figlia disabile. Peccato che i giorni non fossero quelli pattuiti dal giudice e l’uomo sfruttava i benefici concessi per giocare una partita a calcetto, mentre la figlia era affidata alla madre. Pedinamenti e appostamenti hanno portato a raccogliere elementi documentabili in un report consegnato all’impresa e il caso, avvalorato dalla mia testimonianza in tribunale, si è concluso con il licenziamento del dipendente per giusta causa».

Si parla anche di bonifiche investigative e sicurezza digitale. Di cosa si tratta?

«Quando conversazioni riservate sembrano essere conosciute da terzi senza un’evidente spiegazione c’è qualcosa che non va. Un’azienda del territorio sospettava che la concorrenza fosse un passo in avanti a livello commerciale: il titolare ha chiesto di effettuare una bonifica in sala riunioni dove è stata trovata una microspia posizionata da un dipendente poco leale».

Come si fa a non farsi coinvolgere emotivamente?

«Serve il distacco per rimanere lucidi, per non sporcare il punto di vista e mantenere il più possibile un approccio oggettivo e razionale. Certo, si lavora con le persone, pertanto è necessario garantire un giusto equilibrio tra professionalità e umanità».

E se fosse un amico, familiare o persona cara a chiedere un parere, una consulenza?

«A livello etico sarebbe davvero difficile condurre l’indagine; preferisco non accettare incarichi simili e affidare il caso a figure altrettanto competenti, ma lontane dal team con cui collaboro solitamente, per non compromettere o alterare esiti e risultati».

Quant’è difficile raccogliere prove senza violare la sfera privata della persona sospettata?

«L’investigatore non è nemico della privacy. Ha il dovere di muoversi nei limiti di legge e, se in grado di utilizzare correttamente strumenti e risorse di cui può disporre, non è difficile agire con rispetto. Entrare in un sistema informatico per aprire un telefono o servirsi dell’intelligenza artificiale come database non sono ovviamente procedure ammissibili».

Il caso che non l’ha fatta dormire la notte?

«Riguarda un aspetto delicato che mi ha toccato molto, insomma uno di quelli che ti stringono il cuore: la storia di un tredicenne per il quale i genitori chiedevano il mio intervento al fine di controllare spostamenti, abitudini, orari, frequentazioni e compagnie del figlio, che usciva spesso e rientrava tardi. E’ emerso che durante le sue serate il ragazzino consumava e spacciava cannabis. Quando ci sono di mezzo i minori, ancor più bisogna agire con prudenza e cautela. Non è facile trovare le parole giuste per raccontare una cruda verità senza mai mettere in discussione il ruolo della figura genitoriale».

Il rischio maggiore che si corre è quello di essere scoperti. Come ci si comporta in questi casi?

«Ciò accade quando viene meno la collaborazione con quei clienti che, mossi da confusione o inquietudine, potrebbero lasciarsi sfuggire ai sospettati frasi del tipo: “Tanto so dove vai, cosa fai o con chi stai”. Di fronte a simili sbavature, tutto il lavoro si blocca e l’intera indagine si ferma. Ma a volte, il suggerimento di una consulenza psicologica o di un parere legale, rappresentano la risposta più consona».

Come si fa, dunque, a capire quando un sospetto è davvero fondato?

«Non so come avrei risposto se questa domanda mi fosse stata posta all’inizio della mia carriera. Oggi dico che il sospetto da solo non basta. Mi viene in mente il caso di una moglie che chiedeva di pedinare il marito perché convinta che avesse l’amante. Gli indizi: fa l’autotrasportatore, è spesso fuori, io resto a casa con i figli. Esito del controllo? Negativo. Non essendo emerso nulla, l’indagine si è bloccata. Al contrario, la richiesta di un’altra donna che nutriva il sospetto di un tradimento si è dimostrata fondata: l’uomo non si assentava per fantomatiche cene aziendali, ma raggiungeva l’amante fuori regione, facendosi tra l’altro accompagnare da un amico di famiglia. L’esperienza sul campo maturata in questi anni mi ha consentito di sviluppare una forte empatia, di entrare in sintonia con la gente e capire ogni volta chi ho davanti, con la consapevolezza che un caso in più può arricchirti - magari economicamente - ma, se non necessaria, l’accettazione di quell’incarico potrebbe stravolgere la vita a quanti lo ricevono».

In che modo si affrontano, se capitano, i momenti di sconforto?

«Nelle fasi più complicate, il senso di frustrazione non manca. Pensi: “Le sto provando tutte, ma non riesco a trovare la strada giusta”. Mai però sparare alla cieca, pur di concludere a tutti i costi, perché ogni caso è a sé».

Quale invece la soddisfazione maggiore?

«Al termine dell’indagine, quando i clienti - ridendo o piangendo - mi ringraziano per aver capito chi hanno avuto vicino. Come quell’azienda che si dimostra riconoscente per averle permesso di rimuovere un problema».

Per concludere, non esistono procedure standard. Ma qual è il segreto del successo?

«Intuizione, istinto, fiuto. E un pizzico di fantasia».

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