Rimini, 57 anni dietro i banconi del pesce, Loris Garattoni in pensione

RIMINI. Loris Garattoni, 74 anni, ha chiuso la pescheria lo scorso marzo. Una vita tra i mercati di Santarcangelo e Rimini, vissuta con la manualità di un artigiano e la curiosità di un ricercatore. «A 16 anni potevo diventare uno scienziato, ma il banco è stato la mia vera università».

Loris ti accoglie con la vitalità di chi, a 74 anni, non ha ancora intenzione di mollare la presa. La sua bicicletta è un gioiello di meccanica che ha curato personalmente, la sua stretta di mano è energica e composta. Dopo 57 anni passati a maneggiare cassette, ghiaccio e bilance, lo scorso marzo ha definitivamente spento l’insegna del banco.

Loris, 57 anni di piazza sono un’eternità. Come è iniziato tutto?

«A scuola non ci volevo stare, avevo altri pensieri. In quegli anni, a casa, il dilemma era: studiare o lavorare? Studiare non faceva per me, ero un uomo di “vecchia guardia”. Mio zio mi insegnò a guidare i buoi, a riparare il carro, a “smanare” con le macchine. La manualità è stata la mia fortuna. Poi un giorno vidi una balla di vongole, vidi il mercato del pesce e pensai: “Perché non provare?”. Mi comprai l’Ape Piaggio, la trasformai con trucchi meccanici che nessuno riusciva a copiare, e iniziai a vendere pesce in giro per le borgate, sulla strada. È stata la cosa più bella della mia vita».

Lei parla spesso di “meccanica” applicata al pesce. Cosa intende?

«La gente pensa che fare il pescivendolo sia solo pesare e servire. Sbagliato. La pescheria è ingegneria. Io ho costruito i primi furgoncini per il trasporto leggero e ho studiato ergonomia prima ancora che il termine diventasse di moda. I miei banchi erano fatti per non distruggere la schiena, con le altezze giuste. E poi il prodotto: insegnavo a pulire un sardoncino con un cucchiaino da kiwi modificato e la spina usciva perfetta. Ho studiato la parte anatomica e quella tecnica. Un pescivendolo deve conoscere la materia come un chirurgo».

È stato un innovatore. Ricorda la “battaglia” per aprire la domenica a Santarcangelo?

«Fu un’impresa da Don Chisciotte. Il mercato era il venerdì, sabato si puliva, domenica il silenzio. Ma io mi ero studiato la piazza. Avevo tappezzato il quartiere di volantini e volevo aprire di domenica. Mi dicevano che non si poteva, che il custode non c’era. Ho risposto: “Lavo tutto io!”. Ho preso una pompa a pressione, candeggina, acqua calda, ho sanificato ogni angolo. Quando hanno visto che il banco era aperto e tutto brillava, hanno dovuto arrendersi. Ho fregato tutti sul tempo, puntando sulla qualità e sull’apertura continua. A Santarcangelo Tonino Guerra veniva sempre a prendere il pesce da me».

Il cliente è cambiato in questi decenni?

«Moltissimo. Oggi c’è una cultura diversa attorno al cibo. Tutti cercano il senza-questo e il senza-quello, prodotti che non sanno di nulla. Si è persa la sostanza. Ai miei clienti insegnavo a cuocere, davo consigli, curavo la confezione da viaggio in modo che il pesce arrivasse a casa più fresco di quando era sul banco. Se qualcuno insisteva per comprare un pesce che non era adatto a lui, gli dicevo di no. Mi davano del matto, ma io volevo che il cliente mangiasse bene, non che comprasse tanto».

Cosa le manca di più della piazza?

«Il movimento. La gente. La possibilità di lavorare, non sono fatto per stare fermo. Sto collaborando con il patronato, perché ho bisogno di sentirmi utile. Se mi chiedi di descrivermi in una parola, ti dico: lavorare. Non ho altro nel curriculum. Mi manca il rapporto quotidiano con le persone, anche le discussioni accese. Rifarei tutto da capo, senza rimpianti, ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuto».

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