Rimini, 40 anni fa la tragedia di Misano, il boato dell’F-104 che piombò dal cielo

Rimini
  • 23 marzo 2026

«Si è spento il motore, mi lancio». Furono queste le ultime parole trasmesse alla torre di controllo dal 33enne Maggiore Alberto Biagetti prima che il suo F-104 Starfighter si trasformasse in un proiettile di ferro da dodici tonnellate sopra Misano Adriatico. Era il 18 marzo 1986 e il pilota del 5° Stormo stava completando un volo supersonico di prova “pulito”, senza carichi esterni.

«Ero a circa 1500 piedi, avevo appena estratto il carrello quando calò un silenzio incredibile», racconterà anni dopo Biagetti. Il potente motore J79 aveva subito una piantata improvvisa a causa di un guasto elettrico, rendendo il caccia ingovernabile.

In quegli istanti concitati, con il muso che puntava il suolo, Biagetti ebbe un riflesso eroico. Alla sala operativa che gli urlava di lanciarsi, rispose: «No, ho un paese davanti, cerco di saltarlo». Puntò poi un prato e solo allora tirò la maniglia del seggiolino Martin-Baker. «Ho creduto fosse finita, poi una botta tremenda». Mentre scendeva col paracadute tra i fogli del cosciale che volavano via, il pilota non poteva sapere che il velivolo, nonostante il tentativo di dirigerlo altrove, aveva centrato un edificio al Villaggio Argentina.

Lo schianto e i soccorsi

Una volta toccata terra in un campo, ancora stordito dal trauma dell’espulsione, visse un momento di surreale umanità romagnola: una donna del posto si avvicinò a lui offrendogli un bicchiere di Sangiovese, un gesto di conforto ancestrale davanti a un evento inspiegabile: «Mi disse: “beva, la tirerà un po’ su”. E lo bevvi tutto d’un fiato, rallegrato nel constatare che ero ancora vivo».

Fu solo la sera, in un letto d’ospedale, che gli ufficiali dell’Aeronautica gli comunicarono la verità: l’F-104 aveva centrato in pieno l’autofficina dei fratelli Semprini. L’impatto e l’incendio non avevano lasciato scampo a Evaristo e Giuliano, rispettivamente di 24 e 35 anni, investendo anche alcuni passanti rimasti gravemente feriti nel rogo. Poco dopo, si aggiunse una terza vittima, un trentatreenne, morto in seguito alle ustioni riportate.

Il lungo iter giudiziario

Oltre al dramma umano, per Biagetti iniziò un calvario legale: fu rinviato a giudizio per omicidio colposo e disastro aviatorio. Seguì un processo durato ben 9 anni: «Un periodo di sofferenza che si aggiunse al peso della tragedia». Solo nel 1995 arrivò l’assoluzione piena: i periti confermarono che nessuna manovra avrebbe potuto evitare l’impatto dopo l’avaria totale. «I danni fisici si superano, ma quelli psichici sono molto più duri», ammette Biagetti nelle sue testimonianze. «La consapevolezza che un guasto meccanico avesse stroncato tre vite innocenti è un carico che nessun verdetto può cancellare».

Il quarantennale del disastro riporta l’attenzione sulla fragilità tecnologica di un’epoca e sulle conseguenze di un’avaria che la magistratura ha dichiarato inevitabile. Quell’officina distrutta e il lungo iter processuale che ne seguì hanno segnato una traccia definitiva nel registro delle tragedie aeree italiane. Per Alberto Biagetti, come per i testimoni del Villaggio Argentina, il 18 marzo 1986 non è solo una ricorrenza sul calendario, ma l’analisi di un evento in cui il guasto elettrico di un caccia ha riscritto permanentemente la biografia di un pilota e di un’intera comunità romagnola.

Newsletter

Iscriviti e ricevi le notizie del giorno prima di chiunque altro Clicca qui