Vent’anni fa entravano per la prima volta nelle stanze dell’ospedale Infermi di Rimini, armati soltanto di camici colorati, grandi sorrisi e di una massiccia dose di empatia. Oggi quell’intuizione nata da un piccolo gruppo pionieristico è diventata una colonna portante del volontariato sanitario romagnolo, un’associazione che conta quasi ottanta soci attivi e che non ha mai smesso di portare la leggerezza dove ce n’è più bisogno.
I volontari e le volontarie di Dottor Clown Rimini spengono quest’anno venti candeline e si preparano a festeggiare il traguardo in mezzo alla gente, scegliendo il cuore pulsante della città: l’appuntamento è fissato per il prossimo 26 settembre in Piazza Cavour, a partire dalle ore 17, per una festa aperta a tutta la cittadinanza che culminerà intorno alle 23:30. Un modo per restituire l’affetto che i riminesi non hanno mai fatto mancare a questa realtà, cresciuta passo dopo passo fino a diventare un punto di riferimento insostituibile per i reparti pediatrici dell’Infermi.
Dietro la parrucca e il naso rosso, però, c’è un metodo rigoroso, basato su un ascolto profondo e sulla capacità di alleggerire l’ansia dei piccoli pazienti e delle loro famiglie, creando un’alleanza preziosa e silenziosa con il personale medico e infermieristico. Una presenza che non si limita alle corsie: negli ultimi anni l’associazione ha tradotto la generosità in donazioni concrete per l’ospedale, dai monitor di ultima generazione per i piccolissimi fino ai frigoriferi salvaspazio e alle coperte colorate per rendere meno ostile l’impatto con la degenza.
Per riavvolgere il nastro di questi due decenni, comprendere l’evoluzione del clown di corsia e svelare cosa significhi davvero mettersi un camice e aprire quella porta senza sapere chi c’è dall’altra parte, affidiamo il racconto alla voce di chi vive questa realtà dall’interno, guidando l’associazione tra turni nei reparti, autofinanziamento e corsi di formazione lunghi e impegnativi. Clea Giulianelli è la presidente dell’associazione.
Partiamo dalle origini: nel 2006 nasceva questa associazione quasi per caso. Come è cambiata la vostra presenza in ospedale in questi vent’anni?
«Siamo nati da un piccolo gruppo di volontari che quasi per gioco ha iniziato a fare clownterapia, in un’epoca in cui questa pratica non era così conosciuta come oggi. Nel corso degli anni l’associazione si è strutturata. Oggi siamo quasi ottanta soci e operiamo prevalentemente nei reparti pediatrici dell’ospedale Infermi: la pediatria, la chirurgia pediatrica, l’oncoematologia pediatrica e il pronto soccorso. Il clown di corsia entra nelle stanze in punta di piedi, non giudica e non è interessato a conoscere la parte malata del paziente, ma a creare uno spazio in cui la persona si senta accolta. È un linguaggio universale che cambia immediatamente l’energia della stanza e crea una magia irripetibile».
Come descriverebbe il rapporto oggi con i medici, i primari e gli infermieri dell’ospedale Infermi?
«È un rapporto ottimo, che negli anni si è profondamente rafforzato ed è basato su una stima e una fiducia reciproche. Noi siamo sempre a disposizione dei reparti: se c’è bisogno di un macchinario, di coperte nuove o di piccoli elettrodomestici per le stanze, cerchiamo di acquistarli e donarli. L’associazione si autofinanzia attraverso le quote, le bomboniere solidali per battesimi e comunioni, il cinque per mille e le donazioni esterne. Tutto ciò che raccogliamo, tolte le spese vive e assicurative, viene reinvestito per sostenere i reparti e chi ha più bisogno».
Mettersi la parrucca e fare il clown richiede un percorso non banale. Come si diventa volontari e cosa cercate in chi vuole salire a bordo?
«Il nostro corso di formazione dura nove mesi ed è molto intenso. Non cerchiamo attori da Oscar, ma persone che abbiano voglia di mettersi in gioco e di ridere di se stessi. Durante il corso prepariamo i volontari sotto ogni aspetto, ma la vera prova si supera quando si apre la porta della stanza in ospedale: lì non sai mai cosa troverai. Per alcune persone l’impatto emotivo può essere forte e capita che qualcheduno faccia un passo indietro, capendo che non è il tipo di volontariato adatto a sé. Ma per chi resta, l’esperienza è trasformativa».
Oltre alla pediatria, durante le feste o in occasioni particolari riuscite a estendere la vostra presenza anche ad altri reparti, giusto?
«Sì, ad esempio il 24 dicembre cerchiamo di coprire il turno più ampio possibile, dividendoci in tutti i reparti dell’ospedale, dall’ortopedia all’oculistica. L’approccio con gli adulti è diverso: sanno di trovarsi davanti a un clown e spesso ti dicono “vai dai bambini, non perdere tempo con me”. Ma è sempre una relazione bellissima ed emozionante, fatta di sguardi e piccoli gesti».
Il 26 settembre festeggiate vent’anni in Piazza Cavour. Qual è il messaggio che vorreste lasciare a chi guarda al vostro mondo con curiosità?
«Il volontariato non è solo l’associazione Dottor Clown: ci sono mille modi per dedicare del tempo agli altri. Quello che dico sempre è che fare volontariato sembra un atto di generosità verso chi riceve, ma alla fine torni a casa infinitamente più ricco e felice di prima. Ricevi molto più di quello che dai. L’importante è donarsi all’altro, con il proprio tempo e con il proprio cuore».