«Io tedoforo nella mia Rimini, che onore!». Mirco Acquarelli, vicepresidente di Riviera Basket, la prima squadra riminese di basket in carrozzina, è stato scelto fra i 10.001 tedofori che scorteranno la fiamma olimpica, un chilo e mezzo di pura emozione, verso “Milano Cortina 2026”.
Mirco Acquarelli: “Che onore essere tedoforo nella mia Rimini”
Acquarelli, che emozione le ha regalato vedersi nella rosa dei tedofori?
«Di cose nella vita ne ho fatte tante: mi sono lanciato con il paracadute e ho avuto una bellissima figlia ma questa chiamata, nella mia Rimini, ha aggiunto una gioia inaspettata. Tutto il mio percorso di vita è stato ispirato dall’attività sportiva, la passione per i Giochi olimpici è altrettanto lontana e, da quando sono finito in carrozzina nel 2006, seguo con il medesimo entusiasmo anche le Paralimpiadi».
Quando ha saputo la notizia?
«La comunicazione ufficiale è arrivata un mese fa da parte del Comune di Rimini in sinergia con la macchina organizzativa di “Milano Cortina 2026”. Sono occorsi mesi per condurre le verifiche e le valutazioni del caso su ogni potenziale candidato. Di certo, è un’esperienza che porterò nel cuore e che un giorno illustrerò nei dettagli a mia figlia, Emma che ha solo 4 anni».
Dei tanti valori evidenziati dalle Olimpiadi quale le è più caro?
«Per me praticare sport è vita ma equivale anche ad abbattere barriere e diffondere sani princìpi».
Qual è lo spartiacque della sua vita?
«La differenza l’ha fatta una bottiglietta d’acqua rimasta incastrata nell’auto. Era il luglio del 2006 e avevo 24 anni. La radio trasmetteva “Tra te e me” dei Binario e faceva caldissimo. Un attimo di distrazione per cercare da bere e, dopo l’incidente in cui sono rimasto coinvolto, nulla era più lo stesso. Il primo pensiero che mi è balzato in mente è stato: “E ora chi lo dice ai miei che ho spaccato la macchina?”. Quell’istante mi ha tolto l’uso delle gambe ma anche la possibilità di diventare un calciatore, come sognavo da sempre, giocando in Promozione a Coriano».
Quale spinta, invece, le ha donato quell’attimo fatale?
«Mi ha reso più saggio anche se non sembra (ride, ndr) e consapevole degli altri sogni che avevo nel cassetto come diventare papà e giocatore di basket in carrozzina. Da quel giorno d’estate mi godo la vita ogni minuto, come fosse l’ultimo».
La torcia olimpica è carica di simbologie: nella sua vita qual è stata la luce in fondo al tunnel?
«La mia voglia di vivere: l’esistenza è una e va vissuta fino in fondo».
A chi dedicherà il momento che si appresta a assaporare?
«Alle tante persone, in giro per l’Italia, che mi vogliono bene e verranno a incitarmi».
Cosa direbbe a un giovane che si sente spalle al muro?
«Esci di casa, mettiti in gioco e vivi in profondità sport e quotidianità. Come sono solito ripetere agli alunni delle scuole dove porto la mia testimonianza: bisogna essere se stessi, imparando dai più bravi».
Qual è la domanda più bella che le hanno rivolto?
«Quella - senza filtri ma carica di energia - di un bambino delle elementari: “Ma tu vai a dormire con la carrozzina?”».