“La leucemia a 14 anni, ora grazie all’aiuto dei prof venuti a casa sono al quarto anno di Medicina” GALLERY

Rimini

RIMINI. Il misanese Tancredi Sampaoli, 23 anni, è stato il primo a utilizzare il progetto Ior di lezioni domiciliari per gli studenti malati oncologici. Oggi è uno studente di Medicina al quarto anno a Modena. E’ il miglior testimonial per la campagna “FuoriClasse” dell’Istituto Oncologico Romagnolo partita in questa giorni con un crowfunding. Le donazioni sono possibili su: www.insiemeachicura.it.

Tancredi, cosa è successo nella tua vita quando facevi il primo anno delle superiori?

«Era il 2017, avevo 14 anni e frequentavo la prima liceo scientifico al Volta-Fellini di Riccione. Avevo iniziato ad avere i primi sintomi: la febbre che non passava e altre cose. Si pensava fosse la mononucleosi. Poi si è scoperto che si trattava di LLA, leucemia linfoblastica acuta. Ero nel pieno del secondo quadrimestre, e il 14 aprile entrai in ospedale. Ricoverato. Fortunatamente avevo il fisico allenato, ero un nuotatore agonista, e il mio fisico rispose bene».

Ma come si conciliavano le cure e la frequenza a scuola?

«Mia madre, che era professoressa, cercò di capire in che modo non farmi perdere l’anno, perché io a scuola anche dopo le dimissioni dal reparto non potevo andarci... Quando il preside e i professori furono informati della mia situazione si misero subito a disposizione e gli insegnanti di matematica, fisica e latino vennero a casa a fare lezione e a darmi qualche compito. Ogni giorno avevo due ore di qualcosa».

Era già un qualcosa che veniva organizzato dallo Ior?

«No. In questo caso era tutto organizzato dalla scuola seppur in forma ridotta. Fu nel secondo anno che si rese necessaria un’organizzazione più strutturata e qui entrò in campo lo Ior, perché quell’anno io dovetti stare sempre a casa. Ma la cosa diventò difficile perché tutti i professori dovevano venire a casa mia a far lezione nel pomeriggio. Era un lavoro straordinario e comportava anche molti disagi. Ricordo il mio prof di chimica che abitava nelle campagne più sperdute della Romagna e per venire a fare lezione da me doveva fermarsi a scuola a pranzo in attesa di poter venire a casa mia. Qui entrò in campo lo Ior supportando economicamente questa iniziativa che credo fosse il primo caso di istruzione domiciliare di questo genere. E da qui che è nata la campagna che si sta promuovendo anche oggi. Senza lo Ior non sarebbe stato possibile».

Quanto è durata questa organizzazione?

«Ho fatto la seconda liceo completamente con questa modalità. Sono andato a scuola solo un giorno, giusto per trovare i miei compagni».

E dopo?

«Diciamo che a settembre del 2018 avevo sostanzialmente finito le cure e iniziato un po’ a vivere perché tutto era andato bene. Sono stato fortunato perché non ho dovuto fare il trapianto di midollo né ulteriori terapie: ero entrato in remissione completa della malattia. Così sono riuscito a tornare a scuola per fare il terzo anno. Ma è stato un rientro un po’ difficoltoso perché a causa delle complicanze delle cure ho avuto qualche problema alle ossa e mi sono dovuto operare al femore. Quindi sono tornato a scuola dal punto di vista della malattia perfettamente in salute ma ero con le stampelle».

Un rientro alla normalità ma graduale...

«Sì, e 4-5 mesi dopo il rientro a scuola sono anche riuscito a tornare in vasca a fare nuoto agonistico».

A che punto sei oggi con la malattia?

«Due anni fa ho terminato i miei 5 anni di follow up nei quali devi stare sotto osservazione. Però faccio periodicamente analisi e controlli per sicurezza».

E negli studi come va? Sappiamo che sei appena reduce da un tour de force...

«Sì, la scorsa settimana ho dato 3 esami in 4 giorni: informatica, chirurgia vascolare e chemioterapia. è andata bene. Sono al quarto anno di Medicina».

Che percorso vuoi scegliere?

«Non ho ancora deciso, ho ancora due anni per scegliere, ma al momento direi che non farò chirurgia perché mi interessa molto quella componente di dialogo in più che ha la clinica rispetto alla chirurgia. Nel mio percorso sono stato molto fortunato perché sono stato curato in un reparto con persone stupende. Ho girato molto negli ospedali e mi è capitato anche di trovare persone che da questo punto di vista non è che fanno il loro lavoro nel migliore dei modi. Specie in un paziente oncologico o in un malato grave il medico viene visto come l’unica luce fondamentale di speranza. I pazienti vanno trattati in un certo modo. Io la vedo così».

Ripensando a quello che hai vissuto, senza quelle lezioni a casa ce l’avresti fatta?

«Forse il punto di arrivo potenzialmente poteva essere lo stesso, ma quanto meno sarebbe arrivato molto dopo e con molte incognite».

In che senso?

«Avrei perso uno o due anni scolastici. Sarei dovuto ripartire con un altro gruppo di amici. Dal punto di vista psicologico sarebbe stato molto complicato».

Quando è iniziata la malattia avevi già in mente di voler diventare medico?

«La figura del medico mi è sempre piaciuta. Ma l’esperienza vissuta ha avuto un peso importante. Tornando alla domanda precedente devo anche aggiungere che, come succede a molti, non sono riuscito a passare al primo test di ingresso e il primo anno ho fatto Biologia. Se avessi perso altri anni prima sarebbe stato molto peggio».

Con cosa sei uscito dal liceo?

«Ho preso 100. Ma siccome non ci siamo fatti mancare nulla, dopo essere stato a casa per la malattia, sono arrivati i lockdown del Covid. Molte persone in questa situazione erano disperate. Io invece ero molto più tranquillo. Per quel tipo di esperienza c’ero già passato e quindi la scuola fatta in quel modo mi pesava meno che ad altri. In definitiva io ho fatto in presenza mezza prima, tutta la terza, mezza quarta e la quinta a singhiozzo».

Cosa ti sentiresti di dire a un ragazzo che in questo momento prova quello che hai passato tu quando eri più giovane?

«Potrei dire una cosa scontata: l’istruzione è importante e devi andare avanti. Questa è una banalità, ovvia. Ma la cosa più interessante da dire è che con questo progetto di istruzione domiciliare si mantiene un gancio con la vita esterna. Perché in certe situazioni tu non vai a scuola, non vedi gli amici, non ci vai a cena insieme, non vai al cinema... Avere un barlume di normalità è fondamentale dal punto di vista psicologico. In seconda andai un giorno, solo un giorno, in classe, quasi a livello simbolico, e scoprii di essere più avanti nel programma rispetto ai miei amici (perché quando non ci sono le dinamiche ella classe è normale che viaggi più spedito nel programma). Fu importante perché mi sentii completamente “dentro”. Non ci fu una situazione da dire: “Oddio, di cosa stanno parlando”?. Ti senti integrato alla società. In maniera cruda posso dire che ti senti vivo».

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