C’è una foto dai colori sgranati che ritrae Dario Falvo poco più che ventenne, giubbotto antiproiettile e fucile in mano, appena sbarcato in Sicilia. Oggi il sostituto commissario riminese ha 60 anni e a settembre andrà in pensione, ma tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta ha fatto parte della scorta di Giovanni Falcone.
Entrato in polizia come ausiliario nel 1986, Falvo arriva alla Questura di Palermo dopo un biennio, negli anni del maxiprocesso e dopo il fallito attentato dell’Addaura del 1989. La selezione per entrare nella scorta del giudice era durissima e l’ultima parola spettava a Falcone in persona, che guardava in faccia i candidati chiedendo se fossero davvero consapevoli di ciò a cui andavano incontro.
Tra gli uomini della scorta, racconta, il legame andava oltre il cameratismo: «Il termine che ci contraddistingue è fratelli di sangue». Viaggiavano su Fiat Croma blindate; quella del giudice aveva una sigla radio entrata nella storia, “Quarto Savona 15”, poi ritirata dopo il 1992 «come si fa con le maglie dei grandi calciatori che escono di scena».
Falvo lascia la squadra alla fine del 1991 per cercare nuove esperienze professionali: chi voleva andarsene doveva prima trovare un sostituto. Nel suo caso fu Vito Schifani, uno degli agenti che il 23 maggio 1992 persero la vita nella strage di Capaci insieme a Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e ai colleghi Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Quel giorno Falvo era in ferie proprio a Rimini: «Dopo una partita a beach volley un amico mi ferma con un “Hai sentito cos’è successo a Palermo?”. Fu un trauma».
Dopo Capaci, dice, «un interruttore si è spento»: nessuna lacrima per anni e, per un mese, la veglia silenziosa sulla tomba di Montinaro. La scelta, però, è stata quella di non disperdere quel patrimonio: dal 1997 è diventato istruttore di armi, tecniche e tattiche per formare le nuove generazioni di poliziotti, e dal 2008 porta la sua testimonianza nelle scuole insieme a Tina, la vedova del caposcorta Montinaro. Resta il rifiuto di ogni retorica: «La parola eroi ci sta un po’ stretta, perché siamo servitori dello Stato, consapevoli dei rischi che corriamo sino all’estremo sacrificio».