Più istruite dei colleghi, ma pagate di meno. Più presenti nelle aule universitarie, ma meno nelle posizioni strategiche. E spesso costrette al part-time non per scelta, ma per necessità. In occasione dell’8 marzo 2026, la CISL Romagna ha elaborato i dati del Gender Gap Report 2025 dell’Osservatorio JobPricing per trasformare la ricorrenza in un momento di analisi sindacale concreta. Il quadro che emerge è impietoso: in Italia il divario retributivo complessivo si attesta al 39,9%.
Il paradosso: più laureate, ma sottopagare e sottoutilizzate
I dati ribaltano qualsiasi narrazione sul merito come garanzia di equità. Il 65% delle donne conclude l’università nei tempi previsti, contro il 54% degli uomini. Eppure il 38,1% delle laureate finisce per occupare ruoli inferiori rispetto al proprio titolo di studio, un fenomeno definito sovraistruzione che erode il valore delle competenze ancora prima che la carriera possa decollare. La penalizzazione si accentua con l’avanzare degli anni. L’accesso ai bonus e alla parte variabile dello stipendio presenta un gap del 27,4%: le posizioni strategiche e i sistemi premianti restano prevalentemente in mano maschile.
In Emilia-Romagna: 22mila euro contro 31mila
A livello regionale i dati Istat e Inps fotografano un divario che parte dalla soglia di ingresso nel mercato del lavoro. Il tasso di occupazione femminile in Emilia-Romagna si ferma al 63,2%, mentre quello maschile raggiunge il 77,4%. Anche la qualità dei contratti è sbilanciata: le nuove assunzioni a tempo indeterminato riguardano gli uomini nel 64% dei casi, lasciando alle donne solo il 36%. Il risultato, sui redditi annui, è netto: nel settore privato regionale una donna guadagna in media 22.023 euro l’anno, contro i 31.796 euro percepiti da un uomo. Una differenza di quasi 10mila euro.
Il part-time involontario: non una scelta, una trappola
La gestione del tempo è il nodo centrale. In assenza di un welfare territoriale adeguato, il peso dell’assistenza a figli e anziani ricade quasi interamente sulle donne, spingendole verso il part-time. In Emilia-Romagna questa forma contrattuale coinvolge il 24,5% delle lavoratrici, contro appena il 4,2% degli uomini. Nella maggior parte dei casi non si tratta di una preferenza, ma dell’unica soluzione per non uscire del tutto dal mercato del lavoro. La CISL Romagna individua nello smart working contrattato uno strumento strutturale per scardinare la cultura della presenza a ogni costo e restituire flessibilità reale alle lavoratrici.
La direttiva europea sulla trasparenza retributiva
Sul piano normativo, entro il 7 giugno 2026 l’Italia dovrà recepire la Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza retributiva, che impone criteri oggettivi di valutazione del lavoro e obblighi informativi sui processi salariali. Lo strumento si inserisce in un quadro che include già la Strategia Nazionale per la Parità di Genere e la certificazione UNI/PdR 125:2022. Tuttavia, avverte la CISL, i progressi normativi da soli non bastano a contrastare un fenomeno strutturale alimentato dalla segregazione occupazionale e dagli ostacoli alla carriera.
Marinelli: «Autonomia economica è il primo pilastro della libertà»
«I dati del 2025 evidenziano un’ingiustizia che non è solo economica, ma sociale - afferma il Segretario Generale CISL Romagna Francesco Marinelli -. Vedere che il divario retributivo complessivo sfiora il 40% significa certificare che il sistema attuale non riconosce il valore reale del contributo delle donne. Questo gap è una zavorra che rallenta non solo le singole lavoratrici, ma la crescita di tutta la Romagna».
Sul welfare, Marinelli è diretto: «Il part-time non può essere l’unica risposta alla mancanza di servizi. Serve una vera tutela della genitorialità che non penalizzi le madri: la scelta di avere un figlio deve essere un valore sociale, non una sanzione sulla busta paga. Chiediamo con forza il potenziamento della rete di supporto familiare, dagli asili nido all’assistenza domiciliare, perché solo liberando il tempo delle donne potremo parlare di vera parità».
La prospettiva è quella della contrattazione come leva concreta del cambiamento: «La trasparenza retributiva prevista dall’Europa è un passo fondamentale, ma la vera differenza si fa con la contrattazione di secondo livello. Dobbiamo abbattere quel gap ‘non spiegato’ del 10,4% che resiste anche a parità di inquadramento: è il segnale di un pregiudizio culturale che dobbiamo vincere. L’autonomia economica è il primo pilastro della libertà: il nostro impegno è trasformare ogni dato in una clausola contrattuale che tuteli il salario, il tempo e la dignità delle lavoratrici romagnole».