RIMINI. Dopo aver viaggiato in lungo e largo per il mondo, ha percorso a piedi circa 3mila chilometri attraverso la Nuova Zelanda, da Cape Reinga a nord fino a Bluff a sud. Lascia un posto quando smette di imparare la 33enne Linda Campostrini, forte del giro del mondo in autostop per 4 volte. Nata a Lugo, è cresciuta a Morciano, per poi frequentare il Liceo di scienze sociali e Rimini e laurearsi in Psicologia in Canada.
Quale inizio si cela dietro la sua passione per i viaggi?
«Avevo 19 anni quando mia madre decise di trasferirsi in Sicilia. Anziché rattristarmi, colsi l’occasione per fare le valigie e andare alla scoperta del mondo. Tanti gli effetti collaterali: dallo studio delle lingue al lavoro da “nomade digitale”».
Com’è andata la sua ultima avventura?
«Sono partita il 17 novembre scorso alla volta di Te Araroa, l’epico sentiero escursionistico della Nuova Zelanda che si snoda su 3mila km, per terminarlo il 17 aprile scorso, nel giorno del mio compleanno.
Ora sono spiaggiata sul divano e l’unica cosa che voglio fare sino alla partenza è mangiare biscotti alla cioccolata. Penso di meritarlo dopo aver camminato una media di 10 ore al giorno, con uno zaino in spalla che, complice la tenda, pesava 20 chili. Non avevo mai praticato trekking e ho imparato strada facendo, per cui se ripartissi domani alleggerirei il bagaglio».
Un luogo indimenticabile?
«Tutta la sezione del Te Araroa che è scandita in sei giorni e dominata dal vulcano Tongariro: un ambiente dai paesaggi così mutevoli da farmi sentire quasi immersa in un viaggio psichedelico. Talvolta anziché fotografare subito per creare contenuti digitali, mi concedevo qualche istante per gustarmi scenari mozzafiato. Tra i ricordi indelebili restano anche gli scorci incontaminati dell’Islanda e la volta celeste dell’Australia».
L’imprevisto peggiore?
«Quella giornata, durante la traversata Tongariro, in cui il vento soffiava a cento km orari. Dovevo proseguire, scarseggiando le provviste, ma davanti a me, sopra un fiume, si snodava un ponte tibetano che ondeggiava al punto da fare un giro completo su se stesso. La scena apocalittica mi faceva esitare convinta di sbirciare la morte in faccia».
Il Paese più faticoso?
«In generale l’Africa: non solo in quanto donna che viaggia sola, ma anche a causa del clima e della penuria di cibo. A volte ti ritrovi sfinita e affamata, mentre la colonnina di mercurio sfiora i 50 gradi, ma anziché aiutarti, la gente ti circonda e inizia a toccarti come fossi una rarità».
Nonostante il suo girovagare, ha trovato il tempo per scrivere un libro. Cosa può anticipare?
«Il titolo è eloquente: “Sorridi e vai. Tredici anni di viaggi tra sogni, paure, cielo e terra”. Pagine che racchiudono un’incredibile storia di vita, ma anche un invito al “tutto è possibile”.
Un’ispirazione per chi desidera voltare pagina, scoprire se stesso o realizzare un sogno sebbene gli altri dubitino della sua riuscita. Edito da Rizzoli, il volume uscirà il 5 maggio ma è già preordinabile sugli store online o in qualsiasi libreria».
Dove si immagina fra vent’anni?
«Non riesco a ipotizzare un luogo preciso, ma vedo un nido con un compagno, dei figli, qualche amico a quattrozampe e tanto verde attorno».
Perché trasformare la propria esistenza in eterno viaggio?
«Viaggiare è il miglior antidoto contro la morte, perché nei momenti difficili ti puoi rifugiare dentro ai ricordi di tante, incredibili avventure. Viaggiare consente, infine, di continuare a credere nei propri sogni, ma soprattutto nell’impossibile».