Il Codacons: “Grazia a Nicole Minetti, chiarezza sulla catena degli atti”

Rimini
  • 29 aprile 2026

RIMINI. «Il caso Minetti non può essere liquidato con una lettura frettolosa né ridotto a una contrapposizione politica. La grazia è un istituto altissimo dello Stato e, proprio per questo, richiede equilibrio, rigore e piena chiarezza sulla catena degli atti». Francesco Tanasi, giurista e Segretario Nazionale Codacons, interviene in questo modo nel dibattito sulla grazia concessa a Nicole Minetti, la 41enne riminese che fu coinvolta nello scandalo Ruby.

«Il Codacons», scrive in una nota l’associazione dei consumatori, «sottolinea che il tema non è mettere in discussione il potere di grazia del Presidente della Repubblica, previsto dall’articolo 87 della Costituzione, ma comprendere su quali atti, su quali verifiche e su quale istruttoria quella decisione sia stata assunta».

L’associazione ricorda che, «nel caso Minetti, secondo quanto reso noto dal Quirinale, il decreto di grazia è stato adottato il 18 febbraio 2026 su proposta favorevole del Ministro della Giustizia. Dopo le notizie di stampa relative alla possibile non veridicità di alcuni elementi rappresentati nella domanda di clemenza, la Presidenza della Repubblica ha chiesto al Ministero di acquisire con urgenza le informazioni necessarie per verificarne la fondatezza».

«Quando si parla di grazia non basta guardare alla firma finale – spiega Tanasi –. Il Presidente della Repubblica decide, ma non istruisce personalmente la pratica. Prima della decisione conclusiva esiste una fase istruttoria che passa attraverso il Ministero della Giustizia e gli uffici competenti. È lì che vengono raccolti gli elementi, acquisiti i pareri, esaminata la posizione del condannato e valutati i presupposti della richiesta di clemenza».

Il Codacons evidenzia che «la vicenda impone di distinguere con rigore i diversi piani di responsabilità. Da un lato vi è la responsabilità decisionale, che riguarda la scelta finale di concedere la grazia e spetta al Presidente della Repubblica nell’esercizio di una prerogativa costituzionale. Dall’altro vi è la responsabilità istruttoria, che riguarda la correttezza del procedimento, la completezza del fascicolo, l’attendibilità degli atti, la qualità delle verifiche e la coerenza dei pareri trasmessi».

L’associazione precisa che «esiste poi, solo eventualmente, un profilo penale, che può venire in rilievo esclusivamente davanti a condotte specifiche, come falsità documentali, dichiarazioni non veritiere, omissioni rilevanti o alterazioni consapevoli degli elementi sottoposti alle autorità competenti».

«Confondere questi livelli sarebbe un errore – prosegue Tanasi – Non ogni criticità procedurale diventa automaticamente un reato e non ogni verifica aperta equivale a una responsabilità accertata. Ma se un provvedimento di clemenza dovesse risultare fondato su elementi incompleti, inesatti o falsi, il problema istituzionale sarebbe serio, perché riguarderebbe la formazione stessa della decisione».

«Il Codacons», conclude la nota, «ribadisce che la grazia non è un favore personale né una scorciatoia. È uno strumento eccezionale previsto dall’ordinamento, con una funzione di clemenza e con una forte rilevanza costituzionale. Proprio per questo, secondo l’associazione, deve poggiare su presupposti reali, documentati e correttamente rappresentati».

«Il caso Minetti va letto oltre la cronaca e oltre il nome della persona coinvolta. È una vicenda - chiarisce Tanasi - che parla del rapporto tra cittadini e istituzioni, tra potere costituzionale e garanzie procedurali, tra decisione finale e responsabilità degli atti. La fiducia nelle istituzioni si difende con la trasparenza, con la correttezza delle procedure e con la capacità di distinguere, senza forzature, tra responsabilità politica, responsabilità istruttoria ed eventuale responsabilità penale».

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