Giulio Lolli ottiene la semilibertà

Rimini
  • 16 ottobre 2025

RIMINI. Il “pirata” di Bertinoro Giulio Lolli, ex imprenditore della Rimini Yacht estradato dalla Libia nel 2019, ha ottenuto la semilibertà. Questo vuol dire che al mattino potrà lasciare il carcere di Bologna (dove è detenuto per scontare un cumulo di pene per bancarotta legata al crac della società) e partecipare così all’esterno ad attività lavorative utili al reinserimento sociale per rientrare solo la sera nell’istituto penitenziario. Il beneficio è stato deciso ieri dal tribunale di Sorveglianza. «È una delle persone più ottimiste che abbia mai conosciuto e non si è mai abbattuto di fronte alle difficoltà, quindi si può immaginare quanto sia entusiasta per questa bella notizia - spiega il suo avvocato Claudia Serafini -. A dire il vero un po’ se lo aspettava viste tutte le relazioni favorevoli, compresa quella del procuratore generale. C’è da dire che fatto un ottimo percorso all’interno del carcere, attraverso collaborazioni con attività socioculturali e anche giornalistiche, svolgendo convegni in carcere e seguendo percorsi universitari». Ora però inizierà un secondo capitolo della sua vita. «La prossima settimana inizierà a lavorare come commerciale in un’azienda bolognese di logistica dove non vedono l’ora di averlo con loro - continua Serafini -. Adesso è in semilibertà, ma l’obiettivo dei prossimi mesi sarà chiedere e ottenere la messa in prova ai servizi sociali. A breve invece uscirà anche un libro sulla sua vita e siamo in contatto con diverse produzioni per la realizzazione di un film».

Le mille vite e l’estradizione

Da imprenditore a mercenario, passando per tribunali, carceri, la conversione all’Islam, il nuovo nome Karim, le rivolte, le torture in Libia (con Almasri Osama Najeen indicato come uno dei suoi carcerieri) e la condanna a morte. Una vita da film che potrebbe essere girato dal regista statunitense Oliver Stone. Lolli, che di vite però ne ha vissute più di una, viveva in apparenza in un mondo da sogno, tra panfili scintillanti e ambienti esclusivi fino all’accusa di aver architettato e fatto parte di un sistema di “finti leasing” con yacht e auto di lusso. Nel 2010, dopo il crac della Rimini Yacht, la fuga rocambolesca via mare e l’arrivo a Tripoli, in Libia, dove prese parte alle rivolte contro Gheddafi. Nel 2019 fu però condannato alla pena di morte sostituita poi con l’ergastolo per terrorismo (accusa dalla quale in Italia è stato assolto in via definitiva), perché affiliato ai membri della Shura di Bengasi a cui vendeva le barche, aveva poi fatto una serie di viaggi durante i quali aveva trasportato rifornimenti e cassette di pronto soccorso, sempre accompagnato da un gruppo armato di quattro o sei persone, danneggiando la sicurezza interna dello Stato. Prima però l’arresto per possesso di una pistola da 6 mm, la vendita di cinque imbarcazioni di cui una al Ministero del petrolio per 220mila euro e i rapporti con Taha AI-Misrati, un comandante militare che aveva occupato una larga parte del porto di Tripoli. L’imprenditore 59enne, finito a processo e condannato a Rimini e a Bologna per le vicende della Rimini Yacht, venne poi estradato sotto l’impulso della Procura della Repubblica di Rimini e quindi del sostituto procuratore Davide Ercolani per scontare gli anni di reclusione in Italia.

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