Un tempo macinavano cereali e altri frutti della terra, battevano i tessuti e talvolta producevano addirittura energia elettrica. I mulini ad acqua hanno rappresentato per anni un punto di riferimento per le comunità rurali dell’Emilia e della Romagna. Oggi, dopo anni passati nel dimenticatoio, tornano finalmente a vivere più di 300 mulini storici in tutta la regione, rinunciando alla loro funzione produttiva ancestrale. Un progetto di viale Aldo Moro prevede infatti la riqualificazione, ristrutturazione e catalogazione dei mulini storici sparsi in tutto il territorio, ripensandoli in un’ottica di rilevanza culturale e di profonda valenza storica. Cristina Ambrosini, dirigente responsabile del Settore patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna, coordina il progetto di recupero di questi preziosi lasciti della storia rurale. Mentre il 16 e 17 maggio ricorrerà la Giornata Europea dei mulini storici.
Ambrosini, in cosa consiste concretamente il processo di riqualificazione dei mulini storici?
«Abbiamo svolto, in collaborazione con l’Istituto centrale per il Catalogo e la documentazione del Ministero della Cultura, un’attività di mappatura e catalogazione di più di 300 mulini nelle sole province di Bologna, Reggio Emilia e Modena. Ora mancano tutte le altre. Stiamo parlando di architetture rurali, in maggior parte inserite all’interno di contesti privati e disabitati da tempo. I mulini storici sono particolarmente interessanti perché testimonianza di culture materiali e artigianali che si sono sviluppate nel tempo e tramandate nei diversi territori della regione. Abbiamo all’attivo anche un accordo con l’Associazione Italiana Amici dei Mulini, che ci aiuta in questo processo. Il lavoro di catalogazione prevede sopralluoghi, ricognizioni a tappeto, una schedatura fotografica ricchissima e anche sorvoli con droni. Tutto ciò è stato pensato per riuscire a leggere questi contesti inseriti nel paesaggio che li circonda e che li ha visti nascere. Le schede realizzate descrivono lo stato di conservazione, la funzionalità attuale e l’accessibilità di questi siti. Si forniscono inoltre cronologia, bibliografia specifica e mappatura geografica. Il tutto è consultabile sul nostro sito web».
Cosa si intende per funzionalità, oggi che la maggior parte dei mulini non è più in uso?
«Per funzionalità intendiamo il modo in cui queste strutture sono state ripensate. In molti casi i mulini vengono recuperati e indirizzati ad uso residenziale, ricettivo, didattico e talvolta semplicemente museale».
La Regione è riuscita a finanziare alcuni mulini storici con i fondi del Pnrr. Di quali si tratta precisamente?
«Siamo riusciti a finanziare alcuni mulini in una specifica misura del Pnrr. Tra questi ci sono il Mulino della Madonna a Castel del Rio, nell’Imolese, il Mulino di Porchia, nel Bolognese, il Mulino Biolzi a Bedonia (Parma), il Mulino Scodellino a Castel Bolognese, nel Faentino, e tanti altri».
Per ora i mulini censiti e catalogati afferiscono solo al territorio emiliano. Quando sarà il turno di quelli romagnoli?
«Dal prossimo anno continueremo il nostro progetto su altre tre province della regione. Ancora non abbiamo deciso quali. Per quanto riguarda le province romagnole, purtroppo la bibliografia storica sul tema è meno vasta e accreditata di quella emiliana, ma ci stiamo lavorando».