Tra antiche leggende, tradizioni e lavoro contadino, il Mulino Sapignoli di Poggio Torriana è simbolo di memoria e cultura popolare, oltre a rappresentare un fascinoso esempio di architettura rurale. E a raccontare passato e presente di questo suggestivo lascito della storia è il professor Mario Turci, antropologo, museografo e attuale direttore del sistema museale diffuso di Poggio Torriana.
Giornata dei mulini 2026, Folletti, leggende e cultura. Il Mulino Sapignoli memoria viva della Valmarecchia
Professor Turci, può farci una panoramica storica del Mulino Sapignoli, dalla sua nascita alle successive evoluzioni?
«Il Mulino Sapignoli è a struttura antica, con la fossa che passa direttamente sotto l’edificio, dove l’acqua alimenta un albero idraulico che trasmette a sua volta il movimento alle macine, al piano superiore. Restaurato anni fa dall’Amministrazione comunale, prima si trovava in uno stato di abbandono. La particolarità di questo complesso è la presenza, al primo piano dell’edificio, di una biblioteca civica aperta al pubblico. È uno dei mulini meglio conservati di tutta la Valmarecchia, tutto è rimasto com’era una volta. Parallelamente al patrimonio materiale e storico, il Mulino Sapignoli ha un valore immenso anche per il patrimonio immateriale che conserva: i saperi pratici, i canti, le tradizioni del lavoro e anche la cultura e la presenza dei folletti».
Ci dice qualcosa in più su questo “patrimonio immateriale”?
«Il mulino era un ambiente di uomini, come una volta lo erano i barbieri, ai tempi si riteneva che le donne dovessero starne alla larga. E poi c’erano i folletti, perché dietro, in un punto particolare del mulino, c’era un roseto. Il roseto era una sorta di cimitero non ufficiale degli aborti. Quando gli aborti avvenivano nel mondo contadino venivano seppelliti in una certa posizione che non era né dentro né fuori la casa, perché l’aborto è a cavallo fra la vita e la morte, fra l’essere e il non essere, e lì si mettevano le rose. Si diceva che le anime di questi bambini mai nati si trasformassero in folletti. Questi folletti poi emigravano: magari se un folletto di un mulino incontrava una persona e vi si affezionava, la seguiva e si installava a casa sua. Ovviamente parlo di credenze».
Oggi il mulino ha perso la sua vocazione storica legata alla macinazione, ma è stato ripensato in un’ottica culturale...
«Diciamo che il mulino adesso non macina più grano, ma macina cultura. Sono tantissime le iniziative: ci sono i volontari dell’associazione Amici del Mulino Sapignoli, la Pro loco, si organizzano presentazioni di libri, serate di approfondimento sulle tradizioni popolari, c’è il momento del presepe. È un luogo di comunità. Il mulino macina la cultura con la comunità e per la comunità, perché ovviamente è impensabile che macini ancora farine, sarebbe un po’ anacronistico».
Quanto è importante oggi mantenere viva la memoria di questi luoghi?
«È fondamentale. Ma valorizzare il patrimonio culturale non significa metterlo lì in esposizione per farlo vedere. Il patrimonio storico culturale è di tutti. Fruire i mulini, in questo caso, non significa solo andarli a visitare, ma anche fare di quelle occasioni dei momenti di crescita e di riflessione. È una presenza culturale nodale ed è bene conservarla e valorizzarla tramite queste attività, che non devono essere solo di richiamo, ma di riflessione e di memoria».