«Siamo bloccati qui, in un limbo di lusso e paura, mentre il cielo sopra di noi è diventato improvvisamente un campo di battaglia». La voce di Federico De Iulio, 17 anni, studente al quarto anno del liceo classico “Giulio Cesare” di Rimini, arriva con una calma sorprendente, nonostante la complessità della situazione a Dubai.
Doveva essere l’ultimo atto di un’esperienza formativa indimenticabile, una settimana dedicata alle simulazioni diplomatiche con l’associazione Wsc, ma il progetto si è trasformato in un incubo geopolitico. Da ore, tre studenti riminesi insieme ad altri 200 ragazzi italiani e un altro centinaio provenienti da diverse nazioni del mondo, sono bloccati negli Emirati Arabi Uniti, impossibilitati a rientrare in patria dopo l’improvvisa escalation militare che ha visto l’Iran rispondere con una pioggia di droni e missili agli attacchi subiti, paralizzando l’intero traffico aereo della regione. «Siamo arrivati a Dubai il 21 febbraio e i primi tre giorni li abbiamo passati a scoprire la città, poi è iniziata la fase operativa della simulazione», racconta Federico, ricostruendo i momenti in cui la realtà ha superato la finzione dei trattati internazionali. «Sabato doveva essere il nostro ultimo giorno. Eravamo nel pieno della cerimonia di chiusura del progetto quando il presidente dell’associazione ci ha dato la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire: gli spazi aerei erano stati chiusi. Ci ha spiegato che la situazione tra Israele, Stati Uniti e Iran era precipitata, coinvolgendo indirettamente anche Kuwait, Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita. In un attimo l’euforia per la fine del progetto è diventata panico generale».
Le notizie che arrivano dal campo sono frammentarie ma terribili, confermate dal sibilo sinistro che ha squarciato il silenzio della notte emiratina. «Abbiamo visto e sentito i missili passare proprio sopra le nostre teste, è stato qualcosa di assolutamente spaventoso, un suono che non dimentichi», prosegue il 17enne riminese. «Sappiamo che uno di questi è stato neutralizzato dalla contraerea, ma un frammento si è schiantato contro Dubai Marina, ferendo quattro persone».
Il bersaglio sembrano essere le infrastrutture strategiche e le basi logistiche: «Ci hanno spiegato che i vettori sono diretti verso le basi terrestri americane ad Abu Dhabi e una a Dubai». Il momento di massima allerta è arrivato sabato, quando il suono coordinato di centinaia di telefoni ha fatto sobbalzare i ragazzi nelle loro stanze. «Gli allarmi hanno iniziato a suonare, un rumore assordante che ha scatenato il caos. I tutor sono stati bravissimi, ci hanno mantenuti calmi e ci hanno fatto scendere in una stanza sotterranea di sicurezza - spiega -. Dopo un po’ ci hanno fatto risalire, ma la notte è stata lunghissima. Abbiamo deciso di stare tutti uniti per mitigare quella paura che ti stringe la gola quando non sai cosa succederà».
La minaccia non è solo nel cielo, ma ha toccato terra in modo strategico anche nello scalo dove i ragazzi avrebbero dovuto imbarcarsi per fare ritorno in patria. «Un drone iraniano è giunto all’aeroporto e l’impatto ha fatto diversi feriti e un morto pakistano», riporta Federico, mentre i tutor hanno già provveduto a spostare il gruppo in un hotel situato in una zona considerata più sicura, lontano dai possibili obiettivi sensibili. Ora, per i tre studenti del “Giulio Cesare” e i loro compagni, è il tempo dell’attesa e delle speranze appese ai dispacci diplomatici. «Ho paura, mentirei se dicessi il contrario, ma cerco di essere fiducioso», confida. Le prospettive per il rientro restano incerte: «Si parla di una possibile riapertura dei voli di linea per il 4 marzo, ma è un’ipotesi che cambia ogni ora. Sappiamo che la Farnesina si sta muovendo e si parla dell’organizzazione di un volo di Stato per riportarci a casa. Per ora non possiamo fare altro che aspettare e sperare che questo inferno finisca presto».
Rimangono lì, nel cuore di una crisi mondiale, testimoni involontari di una storia che avrebbero dovuto solo simulare su una scrivania.