Disturbi dell’apprendimento a scuola, boom di casi a Rimini. L’esperto: “Ecco di che si tratta”

Rimini
  • 08 novembre 2026

FEDERICO ROSSINI

La provincia di Rimini registra la più alta percentuale di studenti con segnalazione di Disturbo specifico dell’apprendimento (Dsa) dell’Emilia-Romagna, sia alle scuole medie (10,8 per cento) sia alle superiori (11,6 per cento) contro una media regionale rispettivamente dell’8,7 per cento e del 9,6 per cento. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Ufficio scolastico regionale aggiornato al 2025 sui numeri dell’anno scolastico 2023/2024.

Il quadro della situazione

Nel dettaglio i casi segnalati sono 350 alla primaria, 1.046 alle medie e, infine, 1857 alle superiori, per un totale di 3253 (su una popolazione studentesca di 46909). Disturbi che aumentano ogni anno gradualmente almeno dal 2016. Il disturbo più frequente tra i banchi di Rimini è la dislessia (fatica nella lettura), spesso associata ad altri disturbi. Seguono nell’ordine la disortografia (difficoltà nella scrittura corretta), la discalculia (problemi nei calcoli) e la disgrafia (complicazioni nello scrivere a mano). Sono le quattro tipologie di Dsa riconosciute e tutelate dalla Legge 170/2010 che garantisce il diritto alla didattica personalizzata e appunto all’uso di strumenti compensativi e misure dispensative a scuola.

Le segnalazioni precoci

In tutta la regione le segnalazioni sono complessivamente 35411, pari al 6,9 per cento degli alunni (esclusa la scuola dell’infanzia). La quota più consistente riguarda le superiori, con 20745 casi, pari al 58,6 per cento del totale. Alle primarie, la situazione è sensibilmente diversa per Rimini, terza in rapporto agli alunni (2,48 per cento) e più in linea con la media regionale.

«Lo scarto tra la scuola primaria e i cicli successivi non è affatto una casualità, ma spiega già gran parte del fenomeno: evidenzia come le segnalazioni arrivino in ritardo», commenta Andrea Novelli, direttore del Centro di Psicoterapia e Neuropsicologia Riminese ed ex presidente dell’Associazione Italiana Dislessia. «I quadri di Dsa dovrebbero essere identificati e segnalati precocemente, idealmente entro la fine della seconda elementare, senza il rischio di perdere la finestra utile per la riabilitazione che è efficace entro i 10-12 anni».

La mancata formazione

Il ritardo è dovuto a più fattori tra i quali «i tempi di accesso ai servizi sanitari pubblici». Nella provincia di Rimini le liste d’attesa dell’Asl per completare una valutazione diagnostica di Dsa risultano particolarmente lunghe. «Ma c’è anche la mancata formazione specifica su Dsa degli insegnanti». Il picco delle diagnosi coincide con il passaggio alle scuole superiori e quindi con «l’aumento della complessità dei testi e del carico di studio nelle secondarie e con una maggiore evidenza statistico-clinica dei deficit nei test rispetto alla prima infanzia».

La didattica frontale

Dal 2012/13 le segnalazioni in regione sono più che triplicate, passando da 10.526 a 35.411, tanto che alcuni pedagogisti parlano di «epidemia di diagnosi» o tendenza a medicalizzare le difficoltà scolastiche. «Parlare di epidemia è scientificamente sbagliato. In Italia siamo al di sotto delle stime epidemiologiche internazionali. Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni l’incidenza registrata è stabilmente attorno al 15%. La tesi dell’epidemia viene usata in modo strumentale per evitare la stesura dei piani didattici personalizzati e sottrarsi all’impegno di una didattica inclusiva, continuando a riproporre una didattica frontale uguale per tutti». Perché rifiutare il concetto di medicalizzazione? «Perché non parliamo di malattia, ma di neurodiversità: un modo diverso del cervello nell’elaborazione delle informazioni. La diagnosi non serve a etichettare gli alunni, ma a fornire agli insegnanti gli strumenti più adatti per ciascuno». Sostenere che l’uso di dispositivi compensativi come libri digitali o sintetizzatori vocali costituisca una «medicalizzazione – conclude Novelli – equivale a dire a uno studente miope di non indossare gli occhiali da vista perché gli altri non li portano. Gli strumenti compensativi garantiscono semplicemente l’accessibilità al sapere e una maggiore equità nell’ambiente scolastico».

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