Doveva essere un’udienza di “transizione” in attesa delle discussioni delle parti, invece quella di ieri per il processo per l’omicidio di Pierina Paganelli, oltre a toni più accesi del solito e una durata record, ha regalato più di un “colpo di scena”.
A partire dal tablet della 78enne acceso dopo il delitto, il block notes di Valeria Bartolucci acquisito come prova, le “ritrattazioni” di Romina Sebastiani e, soprattutto, la decisione della Corte d’Assise di ammettere a sorpresa in chiusura la testimonianza di Manuela Bianchi, riguardo però alla deposizione fornita poco prima dall’amica Romina Sebastiani e al successivo confronto tra le due.
“Scontro” che, tra lo stupore generale, è andato in scena subito a seguire, con tanto di accompagnamento coattivo della Bianchi in tribunale da parte degli agenti della Squadra Mobile, come disposto dalla presidente della Corte, Fiorella Casadei. La stessa che ha invece rigettato il confronto atteso da tempo tra la nuora della pensionata e l’ex amante Dassilva «perché non ve n’è l’esigenza», per poi rinviare l’udienza al 18 maggio per la chiusura dell’istruttoria e la discussione del pm e delle parti civili.
La testimonianza
La Sebastiani, accompagnata dall’avvocato Piero Venturi, “ritrattando” la sua versione a favore della difesa di Dassilva, ha ribadito alla Corte per la seconda volta in poche ore che l’amica all’epoca le aveva confessato, a differenza di quanto sostenuto da lei in incidente probatorio, di non avere mai incontrato nessuno, né tantomeno Dassilva, nei sotterranei di via del Ciclamino la mattina del ritrovamento del cadavere. E che l’ex amante era sceso dopo, quando lei era salita a chiamarlo al terzo piano del condominio, ma che fu costretta a dire quelle cose perché messa con le spalle al muro dagli investigatori.
«Quando il 15 aprile 2025 andai a casa sua per il trasloco, la vidi assumere molte gocce di ansiolitici direttamente in bocca perché non stava bene, poi mi disse “se Louis è in carcere è per colpa mia, per la mia deposizione di marzo” (il riferimento è all’incidente probatorio, ndr). Così le risposi di stare tranquilla perché aveva detto la verità. E fu allora che, con il labiale, mi sussurrò “ma quella non è la verità”, perché a detta sua il pm era convinto di certe cose e lei doveva dire così. Mi disse che l’aveva messa con le spalle al muro e che, se non avesse fatto quella deposizione, aveva paura che avessero indagato lei, il fratello e anche la figlia Giorgia. Salvo poi ammettere che quanto detto in incidente probatorio era la verità. Ma lo fece a voce alta perché, come mi spiegò, in casa c’erano ancora le microspie delle intercettazioni ambientali. Allora dubitai della sua lucidità. Dopo quel giorno stetti malissimo, perché era qualcosa più grande di me. Da maggio a ottobre ebbi attacchi di panico (ma non era la prima volta e nel 2001 uno psichiatra mi diagnosticò un disturbo della personalità), facevo fatica a respirare e a dormire di notte, tanto da chiamare due volte il 118. Per mio marito, però, non erano problemi miei, ma di Manuela. Pensai anche di aver capito male». All’uscita dal tribunale in lacrime ha risposto ai cronisti: «Ho detto la verità, ma ora voglio stare in pace e non voglio più sentir parlare di Manuela».
«Nessun astio con Romina»
La Bianchi, assistita dall’avvocata Marika Patrignani (presente in sostituzione della legale Nunzia Barzan, di ritorno da Cosenza) e per la prima volta dall’inizio del processo in aula contemporaneamente insieme a Louis, Valeria e l’ex marito Giuliano Saponi, ha però smentito quanto dichiarato dall’amica. «È vero che stetti male e presi le gocce che dovevo prendere, ma non ho mai detto quelle frasi su Louis e gli investigatori. Sapere che ha riferito questa cosa mi aveva sconvolto l’altra volta, se l’ha ridetto mi sconvolge ancora di più, perché non è assolutamente vero e non le feci una confidenza del genere. Quel giorno era ansiosa, ma lucida e solo con la vista annebbiata. Per questo presi le gocce. Io però non avevo nessun astio nei suoi confronti, non capisco perché dica tutto ciò».
La mattina del 5 maggio dello stesso anno invece le due si incontrarono di nuovo e «in quell’occasione mi disse che non era stato il pm, ma era il capo della Squadra Mobile che non credeva nella sua deposizione precedente e aveva degli indizi su quel 4 ottobre. Uno psichiatra pensava che, dopo aver visto il cadavere, potesse aver rimosso che Louis fosse lì nel garage e di aver raccontato al marito Giuliano di aver mentito a marzo» ha riferito ancora la Sebastiani. La Bianchi invece non ha ricordato cosa accadde in quella data «e si vede che Romina ha più memoria di me. Assolutamente non le ho mai parlato del capo della Squadra Mobile».
La “colpa” alla polizia
Il 16 gennaio scorso invece «l’andai a trovare a casa di suo padre, dove lei si era sistemata. Poi, arrivato Loris, noi due uscimmo all’aperto ma, come mi chiese lei, lasciammo i telefoni nell’appartamento. Alla fine tornammo a parlare del giorno del ritrovamento del cadavere e allora Manuela mi disse, annuendo con la testa seppur a parole dicendo il contrario, che quelle cose le erano state suggerite dal capo della Squadra Mobile», ha riferito ancora la Sebastiani. «Dopo non la vidi e sentii più perché, a seguito della mia deposizione, pensai che non potevo contattarla». Su quel giorno la Bianchi ha confermato di averle chiesto «due volte di lasciare lì il telefono, una volta uscite, perché la vedevo strana e le volevo parlare di cose personali accorse tra me e mio marito. Non la contattai più perché sapevo che due persone indagate non dovrebbero parlare, anche se era stata di grande aiuto per me».
La Sebastiani, quando ha deposto da “sola”, non ha trattenuto le lacrime quando le è stato chiesto perché non abbia mai raccontato tutto prima agli inquirenti. «Volevo dire la verità, ma non ho avuto il coraggio», aveva confessato chiedendo scusa. «Pensai di lasciare bigliettini in Questura, al Tribunale del Riesame e agli avvocati o di andare dal pm Daniele Paci, ma non ci riuscii. Scrissi anche una lettera a Manuela che però non le inviai, come non le chiesi mai spiegazioni per timore che negasse. Non sempre però la capivo, perché a volte si spiegava male».
Il ritrovamento del cadavere
La Bianchi, prima del confronto, era tornata sulla mattina del 4 ottobre, quando avvenne il ritrovamento del cadavere. «Accompagnai mia figlia a scuola e scambiai un paio di messaggi con Louis, che mi scrisse che potevamo prenderci un caffè insieme perché sua moglie non era a casa. Tornata, mentre stavo parcheggiando, lo vidi vicino all’auto e la cosa mi fece piacere. Ci abbracciammo e gli chiesi come mai si trovasse lì. Allora mi rispose che tra le due porte tagliafuoco c’era una persona a terra che stava male. Rimasi senza parole, poi mi disse di stare attenta perché sul pavimento c’erano dei cocci e mi sarei potuta far aiutare dall’inquilino del primo piano Ion Nastas. Vidi una persona immobile che però non aveva più bisogno: qualcuno le aveva fatto del male e lo capii subito dal taglio della gonna. Non riuscivo però a capire la situazione, era come essere in un film dell’orrore. Allora salii, bussai alla porta di Ion e gli dissi che c’era una donna che stava male o era morta e volevo venisse ad aiutarmi; così, una volta uscito, insieme scendemmo di sotto a piedi nel garage. Ma non andai mai al terzo piano. Dassilva mi apparve poi di fianco quando aprii di nuovo la porta tagliafuoco. Grazie alla torcia del telefono di Ion riconobbi mia suocera, non tanto perché mi avvicinai, ma perché con la luce vidi il volto. E iniziai a urlare».