Giuseppe aveva 10 anni quando la sua famiglia decise di ospitare Sergei, un coetaneo bielorusso proveniente dalle zone colpite dal disastro radioattivo di Chernobyl. Un’esperienza comune a molte famiglie del Riminese e della Romagna, fatta di solidarietà e di accoglienza comunitaria.
Giuseppe, come nacque l’idea di ospitare un bambino bielorusso?
«I miei genitori vennero a conoscenza dell’iniziativa tramite la parrocchia, che all’epoca era uno dei principali motori di queste accoglienze. Era l’inizio dell’estate e, dato che mia madre in quel periodo non lavorava, decisero di dare la disponibilità. Io ero entusiasta: i bambini che arrivavano avevano tutti tra i 7 e i 10 anni, la mia stessa età».
Com’era l’impatto iniziale, specialmente per quanto riguarda la lingua?
«Inizialmente fu complesso. L’associazione ci forniva dei fogli stampati molto basilari con le parole di uso comune tradotte dal russo all’italiano. Era un sistema rudimentale: l’inglese non era un’opzione praticabile per via dell’età, al tempo ancora non lo parlavo. Di fatto, dopo i primi tentativi con i foglietti, finivamo per comunicare quasi esclusivamente a gesti, ma ci capivamo quasi sempre».
Cosa la stupì di più del comportamento del vostro ospite, Sergei?
«Ricordo nitidamente il suo impatto con la nostra quotidianità, che per lui era totalmente nuova. In giardino avevamo un albero di albicocche: Sergei iniziò a mangiarle quando erano ancora verdi e acerbe, e continuò così per tutto il soggiorno. Gli piaceva tanto il nostro cibo, le albicocche in particolare. Cose che per me erano scontate, per lui rappresentavano una novità assoluta».
Quali erano le preoccupazioni principali dei suoi genitori durante il soggiorno?
«C’era grande attenzione alla sua salute e al suo futuro una volta tornato a casa. I suoi genitori naturali erano poco presenti, viveva una situazione difficile. Ricordo che, poco prima della partenza, mia madre gli cucì dei soldi in una tasca nascosta dei jeans. Gli lasciammo un bigliettino per spiegargli dove fossero: era un modo discreto per aiutarlo economicamente senza che il denaro andasse perduto una volta rientrato in Bielorussia».
Che ricordo conserva del momento del distacco?
«Fu un momento pesante. Nonostante fossero passate solo sei settimane, avevamo condiviso tutto: era stato come avere un fratello che, all’improvviso, spariva. Lo riaccompagnammo all’aeroporto di Rimini consapevoli che tornava in un contesto geografico e sociale molto difficile».
Siete riusciti a rimanere in contatto negli anni successivi?
«All’inizio sì. Ci sentivamo sporadicamente in videochiamata via Skype. Dopo un po’ abbiamo perso i contatti, mi piacerebbe sapere in che situazione si trova in questo momento. Spero che il tempo passato qui, a casa nostra, sia stato un bel ricordo della sua vita».