Andrea Cicchetti: “La mia battaglia contro la fibrosi cistica, ho coordinato due Gran Premi di Misano con bombola e cannule al naso”

Rimini
  • 11 novembre 2023

di VANESSA ZAGAGLIA

«Un malattia con cui ho sempre convissuto, nel bene e nel male. Se mi guardo indietro non saprei dire come ho fatto. Probabilmente era la voglia di rimanere in vita». La descrive senza mezzi termini, Andrea Cicchetti, la sua convivenza con la fibrosi cistica. Una battaglia, quella contro la malattia, che non ha impedito all’amministratore delegato di Moab (agenzia di marketing e comunicazione sportiva) di diventare chi è oggi.

La sua passione per lo sport inizia fin da giovanissimo. A poco più di 17 anni, Cicchetti fa il suo ingresso nell’ambiente del giornalismo e inizia a scrivere di sport. In seguito lavora come addetto stampa, prima di passare all’ufficio comunicazione e marketing. Ma il più importante traguardo, in termini professionali, il giornalista lo raggiungerà mediante la fondazione di Moab. «L’attività sportiva l’ho prima raccontata, poi comunicata attraverso il marketing», afferma. Tutti questi successi, spiega ancora Cicchetti, li ha conseguiti senza mai trascurare la sua battaglia: quella contro la fibrosi cistica.

Com’è convivere con la fibrosi cistica?

«Ci sono abituato da tutta la vita. È una malattia anomala, colpisce l’apparato digestivo e respiratorio. Io ne sono affetto, anche se non nella forma più grave. Sicuramente ne ho evitato le conseguenze peggiori grazie allo sport. In questo, come in molti altri casi, è la miglior forma di prevenzione».

Qual è l’aspetto peggiore della malattia?

«Il mangiare. Nel mio caso ho sempre dovuto prendere enzimi per aiutare il mio corpo ad assimilare il cibo. Quando ero piccolo e andavo alle elementari, ai miei compagni che chiedevano dicevo di avere “un’anomalia”, non una malattia. Probabilmente mi vergognavo a farlo sapere».

Eppure non ha mai lasciato che la fibrosi cistica la fermasse.

«Mai. Non mi sono mai posto limiti, tutte le cose che dovevo fare le ho sempre fatte. Dal prendere le medicine al fare le flebo in casa, o persino girare con la bombola di ossigeno che mi portavo dietro la schiena. Marco Simoncelli, all’epoca, mi affibbiò il soprannome di “bombolino”. È un paradosso che oggi lui non ci sia più, e che io, nonostante la mia situazione, sia ancora qui».

Quando ha iniziato ad accusare i primi sintomi di un peggioramento?

«Durante una partita contro la Nazionale cantanti. Lì mi accorsi che faticavo a respirare. Da quel momento mi diedero l’ossigeno, che divenne il mio compagno di vita. Dai 30 ai 34 anni ho vissuto con la bombola attaccata alla schiena e le cannule nel naso, finché non mi hanno operato».

Era motivo di imbarazzo?

«Assolutamente no. Tenevo la bombola nello zaino e nel frattempo facevo il resto. Ho persino coordinato due Gran premi Moto Gp di Misano con le cannule al naso. Non ho mai avuto timore di non farcela né mi sono mai vergognato. Sarà stata l’ignoranza romagnola...».

Quando è arrivato l’intervento? Come l’ha gestito?

«Inizialmente non capii nemmeno perché mi avessero chiamato, dato che, pur con l’ossigeno, stavo continuando a fare la mia vita. Probabilmente quando sei così adrenalinico non ti rendi conto di esser vicino alla fine. Mi hanno chiamato l’1 novembre 2008 per un trapianto dei polmoni a Padova. Mi dissero che i flussi di sangue che mi servivano per respirare erano ormai insufficienti. Mi hanno operato il 2 novembre, giorno dei morti. Paradossalmente, è il giorno in cui sono rinato».

E il post-operazione?

«Sono stato dimesso l’8 dicembre, dopo circa un mese. Mi sono fatto il Capodanno a casa, in piazza Cavour. È stato bellissimo. Ma forse non mi rendevo conto neanche io di quello che avevo affrontato. Ho iniziato a voler fare la vita che facevo prima, senza considerare che ero un essere umano di 48 chili. Due anni dopo sono stato colpito da aspergillosi. Gli anni dal 2010 al 2012 li ho spesi per due terzi del tempo in ospedale. Ho rischiato più volte di non farcela. Trascorso questo periodo d’inferno ho ripreso gradualmente a star bene».

Cosa direbbe a chi è affetto dalla sua stessa malattia?

«Di non osservare la vita scorrere ma di prenderla di petto. Spesso vedo i miei colleghi trapiantati arrendersi. Io non sono così. Non lo sono neanche nel mio lavoro. In più darei loro due consigli. Il primo è quello di fare tanto sport, che è utilissimo sia in termini fisici che mentali. L’altro consiglio è quello di fare un lavoro che stimoli la mente, che consenta di porsi sempre nuovi obiettivi, e soprattutto che appassioni».

Quanto è stato importante il supporto altrui?

«Moltissimo. Dei miei genitori prima di tutto. Mi hanno sempre spinto a fare sport, che in una condizione come la mia aiuta in modo incredibile. Poi di mia moglie e della mia famiglia. Vivere con una persona come me è complesso, perciò devo davvero ringraziarli».

Cos’altro si sente di dire sulla fibrosi cistica?

«Ci tengo a sottolineare quanto è importante la prevenzione. Io sostengo la Fondazione ricerca fibrosi cistica e la Lega romagnola per la fibrosi cistica, di cui faccio parte. Aiutare chi studia la malattia e le famiglie che affrontano questo problema è determinante affinché si trovi una cura. Invito tutti ad informarsi. Ogni contributo è prezioso».

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