Rimini, “Volto manifesto” al Teatro degli Atti

Occhi, bocca, naso, zigomi: tutti uguali, tutti perfettamente aderenti a un modello che è nato e vive sui social, cioè nel nulla. È la denuncia di un problema che percorre carsicamente il mondo dei giovani, quella che hanno fatto Lorella Zanardo e Cesare Cantù, ospiti venerdì sera al Teatro degli Atti di Rimini della rassegna Le città visibili con il documentario “Volto manifesto”. I due studiosi, coautori anche del libro e documentario “Il corpo delle donne”, da alcuni anni esplorano i media, la televisione e i giornali, ma soprattutto i social, ricavandone informazioni allarmanti.

«Ci siamo dedicati soprattutto a quei media a cui i giovani sono più legati come Instagram – spiega Lorella Zanardo –: anche per questa ricerca, come per quella che portò a “Il corpo delle donne”, l’intento non era il giudizio ma innalzare il livello di consapevolezza, visto che poi tutta la nostra esistenza è fatta di decisioni e azioni. Il team che ha raccolto le immagini si è trovato infatti davanti a una realtà inaspettata: un volto unico, che a volte sembrava quello, ripetuto, di una stessa persona mentre si riferiva a decine di profili diversi».

Inquietante.

«Sì, occhi distanziati, grandi e lievemente all’insù, naso sottile, bocca pronunciata e anche, una novità, il mento aguzzo come nell’attuale “versione” di Madonna o di molti influencer».

La vostra panoramica non ha riguardato solo l’Italia.

«No, anzi anche in Oriente, in Corea del Sud per esempio, modificare il volto in questo modo è diffuso. I cortocircuiti sono planetari: i social ci hanno abituati oggi non tanto a cercare di assomigliare al divo o alla cantante di turno, ma a stare, noi in persona, sullo schermo, presentandoci però in modo da essere voluti e accettati in quella dimensione».

Ma non tutti potranno passare dal chirurgo estetico.

«No, ma visto che, come emerge anche dall’ultimo convegno mondiale di chirurgia estetica, devo acquisire una faccia da social, una “rich face”, un “viso da ricco” che mi porterà fama e ricchezza, uso le app, e miglioro e modifico il mio volto secondo gli standard degli idoli social».

Ecco, quindi, i volti tutti uguali.

«Ma ecco soprattutto il disagio dell’incontro con il sé reale, quello che si può chiamare il dismorfismo da selfie, per cui, dopo essersi proposti con un volto modificato, questi giovani incontrano se stessi nello specchio. L’effetto provoca disorientamento e dolore, tanto che c’è chi chiede al chirurgo estetico… che lo renda uguale a quel sé modificato!».

Un panorama da incubo, in cui l’elemento estetico, tutto sommato, non è nemmeno il più importante.

«Infatti: noi vediamo in tutto questo un problema politico ed etico di cui non ci si prende cura, e che passa sotto silenzio anche se coinvolge milioni di persone. Perciò con questo breve documentario vogliamo portare a ragionare sul “senso della faccia”, sulla sua unicità che ha un valore anche quando quel volto appartiene a una persona non più giovane: una condizione in cui in Occidente e nel nostro Paese si trovano milioni di donne e di uomini. E un altro tema importante è quello dell’irruzione del digitale nella nostra vita e non soltanto attraverso i social. Penso a quegli androidi sempre più diffusi nei paesi del Primo mondo: esseri con parvenze umane, con volti umani, ma che umani non sono».

Lei descrive un fenomeno di rimozione, e di riduzione a un modello unico.

«È quello che già succede quotidianamente: perché infatti chi ha le rughe non deve essere mostrato, e quindi non esiste più visto che scompare dai media? Ma se i volti adulti creano un legame con il passato, la loro cancellazione produce dimenticanza, perdita della consapevolezza. James Hillman del resto parla della vulnerabilità del volto come del suo più profondo fascino: allora forse dovremmo imparare a definirci diversamente, a dire a una bambina non “come sei carina”, ma “come sei interessante, originale”. Il nostro volto racconta la nostra storia: e bisogna fare sì che continui a raccontarla!».

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