Rimini. Va in pensione Tentoni, il dottore “effetto placebo”

Il suo tono rassicurante bastava a placare i sintomi: non è niente, diceva. Giovannino Tentoni è uno di quei medici a cui bastava uno sguardo per capire che non c’era da preoccuparsi, e quando i suoi pazienti uscivano dall’ambulatorio stavano già meglio. Poche medicine, tanto ascolto e soprattutto quel rapporto per cui quell’uomo seduto al di là della scrivania era un confidente, in qualche caso un amico con il quale riuscivi a parlare di tutto e dimenticavi che eri lì perchè non ti sentivi bene. Ecco come lo ricordano i suoi pazienti, di lui è soprattutto noto appunto l’effetto placebo, parlare con lui era meglio di una medicina.

Ieri per Tentoni è stato l’ultimo giorno da medico di famiglia. A marzo compirà 70 anni ed è giunto il tempo della pensione, proprio alla vigilia dell’inizio della fine come la chiama lui, la vaccinazione anti Covid.

Si vaccinerà?

«Certo, non solo, ho anche partecipato al bando di Domenico Arcuri (commissario straordinario dell’emergenza Covid, ndr) come medico vaccinatore. Cercavano 3mila medici in tutta Italia, mi sono candidato, aspetto che mi chiamino».

Lascia l’ambulatorio proprio alla vigilia della “soluzione finale” per il Covid, dopo avere combattuto in prima linea come tutti i suoi colleghi…

«In realtà dovevo comunicare le dimissioni due mesi prima e non era ancora chiaro quando e come sarebbero iniziate le vaccinazioni. Certo mi dispiace non accompagnare i miei pazienti anche in questo percorso. Ma comunque a marzo sarei dovuto per forza andare in pensione».

Quale sono le emozioni nel dire addio ai suoi 1.500 pazienti?

«Da una parte provo una sensazione di nostalgia, questa è stata la mia vita degli ultimi 40 anni. Ma anche un’emozione di sollievo. Soprattutto in questi mesi dell’epidemia ho interpretato il mio lavoro facendomi carico dei problemi dei miei pazienti ancora di più. Ho sempre cercato di instaurare un rapporto personalizzato e in questi mesi la carica emotiva è stata importante».

Come è cambiato il suo rapporto con i pazienti durante il Covid?

«Ho sentito maggiormente la responsabilità della mia professione, la necessità di dare risposte sia a cose importanti che meno, ma di avere sempre una risposta da dare. Sono stato il più possibile vicino ai miei pazienti, seguendoli al telefono nel contagio, volevo trasmettere loro la mia vicinanza. Per fortuna non ho avuto pazienti deceduti per il Covid».

Che tipo di medico pensa di essere stato per i suoi pazienti?

«Mi rendo conto di quanto questo sia cambiato negli anni. All’inizio tendevo a tenerli a distanza, consapevole che avrei lavorato meglio. Poi acquisendo sicurezza e autorevolezza mi sono reso conto che per tantissimi di loro sono diventato un amico, e questo ha arricchito tanto la mia professione. La conoscenza che si è instaurata è andata oltre il rapporto medico paziente. E questo non è stato sempre facile soprattutto con le persone che si sono ammalate in maniera importante e a cui in questi anni mi sono particolarmente legato. Una paziente, con me dal 1979, mi ha scritto una lettera ricordando che inizialmente aveva notato che non davo troppa importanza a certe situazioni e questo le era risultato un po’ difficile da capire. Poi con il tempo ha iniziato a fidarsi e capire che se una cosa era importante la prendevo in considerazione. Insomma mi hanno sempre definito tranquillizzante».

Avrà avuto intere generazioni di pazienti, ne ricorda qualcuno?

«Fino al 1987 ho lavorato anche in pediatria, all’Ospedale dei bambini prima e all’Infermi poi con Silvio Beverini, il mio mastro. All’epoca come medico di base potevamo seguire anche i neonati e così che ho visto nascere un mio paziente che ho poi seguito fino adesso insieme ai suoi figli».

I ricordi più piacevoli?

«Sono legati a tutte le volte che sono riuscito a intercettare una malattia in tempo, salvare i pazienti da una problematica grave. La soddisfazione più grande, credo comune a tutti i medici, è quando ho fatto qualcosa di concreto, individuare ad esempio una neoplasia da operare… quando la diagnosi ha come conseguenza l’evoluzione positiva per il paziente».

Come ha trascorso l’ultimo giorno in ambulatorio?

«Preparando gli scatoloni con le mie cose per lasciare l’ambulatorio al medico che verrà dopo di me. Ma si sono comunque presentati dei pazienti, si sono affacciati alla porta come se fosse un giorno normale, per l’ultima ricetta, l’ultimo consiglio. Mi sono reso conto di essere percepito come una persona a cui potersi sempre rivolgere, che ha sempre una risposta e infonde sicurezza. E questo mi commuove».

Una curiosità legata al suo nome… Giovannino sembra un diminutivo.

«Sono nato il 29 marzo 1951 lo stesso giorno in cui è morto mio nonno che si chiamava Giovanni Tentoni. I miei genitori per una sorta di pudore volevano rinnovare il nome ma per non offendere il nonno mi hanno messo questo diminutivo. Purtroppo, perchè mi è sempre pesato soprattutto quando sono cresciuto. E più di una volta ho pensato di cambiarlo ma per rispetto anche verso ai miei genitori ho preferito tenerlo anche se è un nome che non ho mai amato molto».

Cosa farà adesso?

«Farò un po’ di libera professione, oltre alla specializzazione in pediatria ho anche quella in psicologia medica. E poi farò tutto quello che sono riuscito a fare in questi anni: innanzitutto il nonno, ho 4 nipoti, poi leggere, camminare, correre e andare al cinema, appena sarà possibile. Mi piace tanto il cinema, mi è veramente mancato. Ma non abbandono i miei pazienti. Risponderò sempre al telefono anche solo per un consiglio. E approfitto per salutare chi non ho potuto di persona e ringraziare tutti anche per la fiducia che hanno avuto in me».

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