Rimini United, la gioia di tornare a correre in un campo da calcio

Il primo ad arrivare al campo è Alessandro. Sei anni appena compiuti. Biondo luce e con un’autostrada tra i denti. In mano ha un pallone che a momenti è più grande di lui. Appena vede il suo allenatore gli corre incontro e lo abbraccia. Forte. Una scena che sul campo di San Giuliano, casa del Rimini United, si ripeterà per tutto il pomeriggio. Il primo dopo il nuovo inizio.

«Finalmente si riparte»

«Finalmente possiamo tornare a vedere i nostri ragazzi – dice con un pizzico di emozione Dario Semprini, responsabile del settore giovanile biancorosso – siamo felicissimi per loro, per noi, ma anche per tutti gli altri giovani che amano giocare a calcio. Indubbiamente il nostro è stato lo sport più bistrattato: nonostante siamo all’aria aperta, ci hanno costretto a fermarci, mentre altre discipline, al chiuso, non solo hanno continuato ad allenarsi, ma hanno anche giocato gare di campionato. Una cosa che trovo assurda e che, purtroppo, è costata carissima. Non solo a noi, ma anche a tante altre società. Tanti ragazzi, infatti, hanno abbandonato perché venire al campo, correre e non poter giocare la partitella è una cosa che non ha un senso logico. Noi, però, abbiamo seguito alla lettera le indicazioni che ci sono state date e adesso speriamo vivamente di ritrovare ben presto anche tutti questi ragazzi».

Anche perché quello del Rimini United è un settore giovanile tra i più floridi.

«Abbiamo oltre duecento tesserati che vanno dai 17 anni fino ai primi calci. Inoltre ci sono dieci dei nostri migliori giovani che al momento sono in società di categoria più prestigiosa che, poi, è il nostro obiettivo: crescere ragazzi sani, educati e che possano dare una mano alla prima squadra oppure andare in società più blasonate».

Società da tutelare

A proposito di questo, il direttore generale della società biancorossa, Lanfranco Giannini, si toglie qualche sassolino.

«Come ha appena detto Dario, lo scopo principale di società come la nostra è quello sì di far divertire i ragazzi, ma anche quello di formare giocatori che possano, un domani, andare a giocare in categorie ben più importanti, come poi è accaduto negli ultimi anni. Parlo di serie C, ma anche B e A. Queste società, però, da regolamento Figc, ci devono corrispondere un premio valorizzazione e, invece, cosa fanno? Cercano di evitare questo riconoscimento mandando avanti i genitori chiedendo le liberatorie per tesserare i ragazzi. Questa è una pratica scorrettissima e mi auguro che la Federazione intervenga al più presto per tutelarci, altrimenti saremmo costretti a fare guerre tra poveri e non va bene».

C’è un’altra cosa che Giannini fa fatica ad accettare. «Recentemente abbiamo avuto una riunione con il Crer dove si sono toccati diversi argomenti, ma nessuno mi ha soddisfatto. Come cantava Mina: ‘Parole, parole, parole…’. Avevamo chiesto alla Federazione una ripartenza veloce e un aiuto economico, si è parlato solo di balzi e balzelli, ma di concreto non si è detto nulla. Ma la cosa che trovo più assurda è che ancora oggi i ragazzi non possano giocare gli uni contro gli altri. Neppure amichevoli. Ci sono sport dove i campionati non si sono fermati e dove, addirittura, si è giocato al chiuso. Purtroppo non siamo tutti figli uguali».

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