Rimini, “una laurea con lode, un master, ma precario. E mi sento pure dare del bamboccione”

«É mortificante non riuscire ad avere un’indipendenza quando hai un’età che grida questa necessità. Viviamo a Rimini, in Emilia-Romagna, in una regione in cui si crede che questo sia il minimo garantito, e invece anche qui avere una stabilità lavorativa è difficile».
Luca, un nome di fantasia per tutelare l’identità di un riminese di 32 anni che tutt’oggi lavora come “dipendente mascherato” in un’azienda del territorio, ha una laurea specialistica in Marketing e un master. La laurea è con lode, e oltre al master ha fatto anche Erasmus ed esperienze all’estero. Nonostante questo, lavora come impiegato, occupandosi di back office commerciale, con un contratto da precario. Ancora, “nonostante anni di studio e di esperienza”, sottolinea, raccontando una realtà occupazionale quasi sempre associata a camerieri, baristi o lavoratori stagionali, e che invece non risparmia nemmeno impiegati e professionisti.


Luca, quanti lavori ha cambiato da quando ha concluso gli studi?


«In totale ho fatto sette lavori, mentre di stage, escludendo quelli curricolari, ne ho fatti tre. Ho scelto di fare questo percorso, quindi di studiare e acquisire titoli, senza risparmiarmi la gavetta, perché credevo che questo mi avrebbe portato ad avere una stabilità lavorativa oltre che economica. Ma a questo punto della mia vita mi trovo a dire che non è così. Ho riscontrato che questa disponibilità a mettersi alla prova, anche facendo stage o tirocini, viene spesso sfruttata dall’imprenditore per avere forza lavoro senza assumerla con contratti regolari. E purtroppo, confrontandomi con tanti ragazzi e ragazze del territorio, anzi, ormai uomini e donne, mi sono reso conto che è una situazione comune a tanti».


Che contratti vengono proposti?


«A partire dal co.co.co (contratto di collaborazione coordinata e continuativa, ndr), alla Partita Iva, fino ai contratti di somministrazione con agenzie interinali. Sono tutte forme contrattuali che nella sostanza mirano a inserire lavoratori che all’atto pratico sono dipendenti, ma non vengono contrattualizzati come tali. Sottolineo che io, nel mio caso specifico ma anche in altri casi, non metto sotto accusa l’entità della retribuzione, lo stipendio per intenderci, ma la stabilità economica che queste tipologie contrattuali impediscono».


Lei si sente o si è sentito limitato nella sua realizzazione personale?


«Sì. Ed è mortificante. Se non fosse per la mia compagna, vivrei ancora a casa con mamma e papà a più di 30 anni suonati. Perché? Provate a cercare un appartamento in affitto a Rimini non avendo un contratto a tempo indeterminato. Ditemi se lo trovate».


Spesso per definire chi in età adulta non ha ancora la sua indipendenza, e magari vive ancora con i genitori, lo si chiama “bamboccione”. Lei si sente così?


«Ci chiamate “bamboccioni”, ma se non hai una stabilità lavorativa, a fare il “bamboccione”, sei costretto. Inoltre è mortificante anche vedere minata la realizzazione professionale. Perché questo susseguirsi di “contrattini” comporta anche il fatto di essere costantemente messi alla prova, di essere costantemente trattati da junior e dover sempre ricominciare da capo. Non abbiamo voglia di fare la gavetta? No, non è questo. È che quando hai un certo curriculum non è corretto essere trattato dall’imprenditore come un novellino. E purtroppo l’imprenditore, ormai, è sempre più lontano dalla figura che nell’immaginario collettivo investe sui suoi collaboratori per farli crescere, e di conseguenza, far crescere il valore dell’azienda, di pari passo con valore del lavoro di chi presta energie e tempo per lui».

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