Rimini, truffe affettive: «Ho un tumore, mi servono soldi»

RIMINI. All’uomo “giusto”, quello affettuoso e attento, sempre pronto a dire la cosa giusta per incoraggiarti e farti sentire importante e ad augurarti la buonanotte a distanza, si è disposte a perdonare tutto: perfino il fatto che eviti gli incontri di persona, rinviando sempre gli appuntamenti all’ultimo momento. Quando però si scopre di essere state ingannate, la delusione è doppia perché assieme al sogno d’amore volano via anche i soldi. Il fenomeno, grazie al web, è diffuso e spesso i fidanzati virtuali la fanno franca: un po’ perché si tratta di criminali che hanno base in Paesi lontani, ma anche perché prima di prendere coscienza del raggiro passa del tempo e a volte l’umiliazione è così forte che si sceglie di non denunciare.

Non è stato il caso di un quarantacinquenne milanese che dopo essersi fatto inviare tutti i risparmi da una ragazza riminese di 25 anni aveva tentato di scomparire per sempre dalla sua vita lasciandole solo un “nickname” e un pugno di mosche in mano. L’uomo infatti è stato processato e condannato nei giorni scorsi dal giudice del tribunale di Rimini a due anni e due mesi di reclusione. In aula, nel corso del processo, è stata la stessa giovane donna, che si è costituita parte civile con l’assistenza dall’avvocato Mattia Lancini, a raccontare la propria disavventura. «Gli ho dato tutto quello che avevo: quindicimila euro, prima di scoprire l’amara verità».

L’aitante e romantico giovanotto che lei credeva di conoscere bene, grazie a una duratura relazione virtuale, in realtà le aveva dato un nome falso: fasulla, come tutto il resto (sentimenti compresi) era anche la foto del profilo. Tutti trucchi per ingannarla, secondo l’accusa.

Lo scambio di messaggi è fitto, ma lui ogni volta rimanda l’incontro con un scusa o con l’altra. La riempie di attenzioni e come lei abbassa la guardia spunta la richiesta di denaro. Quindicimila euro per le cure necessarie a contrastare un tumore. Lei abbocca e il “prestito” sale via via a quindicimila euro. È la madre della ragazza, aprendo per errore la busta del resoconto bancario, a scoprire che la figlia non ha più un euro sul conto. L’uomo, rintracciato dagli investigatori (è difeso dall’avvocato Giordano Varliero), nega di avere raccontato bugie, ma una vecchia registrazione audio contribuisce a convincere il giudice del contrario. Per uno che paga, altri cento restano impuniti.

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