Rimini. Truffa bonus edilizia, “Bonfrate non è il capo del sistema”

«E’ pronto a dare un aiuto per ricostruire i fatti con magistrato e Finanza, ma Nicola Girolamo Pasquale Bonfrate non è il capo di questo sistema». A spiegarlo è Gianluca Filippone, avvocato del 53enne titolare del ristorante La Playa a Cesenatico, originario di Taverna di Montescudo. Colui che gli inquirenti considerano il dominus della truffa allo Stato con 78 indagati, 35 misure cautelari e 440 milioni rubati grazie ai rimborsi ottenuti con falsi crediti d’imposta per lavori inesistenti legati a bonus affitti, sisma e facciate. Il vaso di Pandora è stato scoperchiato dall’inchiesta “Free credit” condotta dal pm Paolo Gengarelli e dalla Guardia di finanza. Oggi sono previsti i vari interrogatori di garanzia in cui gli indagati potranno fornire le loro versioni. Il legale di Bonfrate, finito in carcere, anticipa però che il suo assistito si avvarrà della facoltà di non rispondere. Ma in seguito, continua l’avvocato, «saranno dati dei chiarimenti per cercare di dare un aiuto per ricostruire alcune posizioni e alleggerirle». Ad esempio, continua l’avvocato, «Bonfrate spiegherà che la sua compagna, Imane Mounssif, non è stata una delle artefici di quanto accaduto e l’obiettivo insomma sarà ridimensionare i fatti». La 35enne marocchina infatti è stata indicata come la principale collaboratrice di Bonfrate per generare e commercializzare crediti di imposta inesistenti tramite società di cui entrambi erano amministratori.

Pizza, birra e milioni di euro

Un giro di affari vorticoso, stando a quanto fatto emergere dall’inchiesta, in cui è stata fatta luce proprio sui ritmi forsennati per accumulare il denaro. In una delle intercettazioni fatte si parla della necessità di incrementare la generazione di crediti fittizi di imposta del Sismabonus, con le comunicazioni da fare all’Agenzia delle Entrate e le relative credenziali, in quanto quelli già caricati non bastano a soddisfare le richieste. Proprio Bonfrate, rivolgendosi a un altro indagato, spiega: «In quindici giorni dobbiamo caricare 50 milioni di euro, ci sono tre persone che ci lavorano… lo fanno di notte, si mettono con pizza, panini, birra e patatine sul tavolo, perché quando diventa un business, diventa un lavoro: o si fa, o si fa». Una mole di lavoro, alla fine, che secondo gli inquirenti ha portato a movimenti dei crediti per 1 miliardo di euro, parcellizzati in una rosa di 116 aziende in maniera tale da non saltare agli occhi durante i controlli.

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