Scrive un commento su Facebook contro il premier Giuseppe Conte e si ritrova la Digos in casa con l’accusa di «istigazione a delinquere«. Il protagonista della vicenda, un riminese di 44 anni, pur non essendo un pericoloso estremista come temeva la procura di Firenze, aveva comunque qualcosa da nascondere: quattro chili di marijuana. Abbastanza per finire in manette per droga e maledire il giorno in cui, quasi sei mesi fa, esasperato dal prolungamento del lockdown, si abbandonò a uno sfogo davanti allo schermo del computer. Voleva bastonare il presidente del consiglio: ora rischia di uscire lui con le ossa rotte.

Tutto ha inizio il 10 aprile, quando l’agricoltore, residente a Gemmano, condivide sul social-network l’immagine di tre uomini mascherati e armati di bastone che un trentenne fiorentino aveva accompagnato con la scritta: «Conte, tra poco questa sarà la nostra risposta».

Il suo errore è aggiungere un commento destinato ad attirare guai e divise: «Noi da Rimini partiamo in cento a piedi verso Roma sperando di aumentare in ogni paese dove passiamo col megafono in modo che ci sentano tutti. Se dobbiamo morire di fame chiusi in casa e senza onore, meglio lottare per l’Italia». Una smargiassata, ma qual è il motivo di tanto livore? Il messaggio del presidente del consiglio che era appena tornato a parlare agli italiani in televisione per estendere il lockdown fino ai primi di maggio. La restrizione, si ricorderà, era la risposta alla morsa dell’epidemia che in quel momento non sembrava ancora allentarsi, ma non tutti l’avevano presa bene.

A Firenze la polizia postale, nel setacciare la rete, notò quello scambio di messaggi con l’amico toscano e ne riferì alla procura. Una volta identificato il “sovversivo da tastiera”, il pm toscano ha incaricato la Digos di andarlo a perquisire: gli agenti dovevano verificare l’eventuale presenza di armi, volantini, o tracce di comunicazioni “rivoluzionarie” su telefonini e computer. Niente di tutto questo, almeno a un primo controllo, ma “solo” tanta droga. Sessanta piantine, per lo più immature, e marijuana a chili, essiccata e sigillata nei barattoli nascosti in camera.

Da qui il fermo di polizia giudiziaria per la detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Davanti al Gip Manuel Bianchi, l’accusato, che è difeso dagli avvocati Luca Nebbia e Paolo Vachino, l’altro giorno si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il giudice, considerato che è incensurato, ha disposto i domiciliari “stretti” (è incensurato).

La presunta “istigazione a delinquere” (in questo caso si ipotizza l’invito a commettere il reato di lesioni nei confronti del premier) prevede pene severe, ma dopo l’inatteso sviluppo dovrà guardarsi soprattutto da un eventuale e più che probabile processo per droga.

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