Rimini. Tra botte e stupri, le prostitute sono tornate in strada

Sole. Ferme sul marciapiede. Di giorno e di notte. Costrette da uomini senza scrupoli, assetati di denaro facile, a vendere il proprio corpo. Sole. Senza un aiuto, un supporto. Sole. Col loro dolore. Sono quelle giovani ragazze, in particolare dell’Est Europa, che tutti i giorni “passeggiano” tra lungomare, quartiere Celle e zona Fiera. Ventenni e trentenni, lontane dal proprio Paese e dalla propria famiglia, che, giunte a Rimini col miraggio di un posto di lavoro, si ritrovano ad esercitare il mestiere più antico del mondo: la prostituta. Obbligate, con la forza e con le minacce. Denuncia S.A. (il nome completo viene omesso per richiesta dell’interessata), 33enne operatrice sociale, che gestisce col marito una casa famiglia e che, come volontaria, opera da 12 anni nel gruppo Antitratta della Comunità Papa Giovanni XXIII: «Ogni giovedì siamo con loro, al loro fianco, nel tentativo di liberarle da quella schiavitù – racconta -. Ma è difficile, molto difficile. Se ogni anno ne riusciamo a recuperare 4 o 5 è un grandissimo successo, anzi un vero miracolo. Nel loro Paese hanno figli, madri, fratelli, sorelle, che sono nel mirino delle associazioni criminali che le sfruttano». Sotto ricatto, dunque. Minacciate e terrorizzate. «Certo – conferma l’operatrice -. Sono tutte consapevoli di avere a che fare con gente pericolosa, che non ci mette un attimo a passare dalle parole ai fatti, dall’intimidazione all’azione violenta. Giovedì scorso, ad esempio, durante un servizio di pattugliamento sul lungomare, prima di Miramare, ero insieme a due colleghe e un collega e un’auto con quattro di questi “papponi” a bordo si è fermata, loro sono scesi e, senza proferire parola, ma con sguardi minacciosi, ci hanno fatto capire che sarebbe stato meglio per noi andarcene».

Chi sono le lucciole

Rumene, albanesi, bulgare, che frequentano il lungomare, da Bellariva a Miramare. Poi ci sono le transessuali, in particolare peruviane, sparse anche tra il quartiere Celle e la zona Fiera. Infine le orientali, cinesi soprattutto, nei pressi della chiesa di San Nicolò, ma anche della stazione. «Si dividono le aree di “lavoro” – spiega S.A. -, sempre sotto indicazione dei protettori. E non solo. Spesso si scambiano anche le città. Ad esempio, non vediamo più le africane, probabilmente le hanno trasferite in altre località». Un’attività decisamente lucrosa per queste associazioni criminali, un’attività produttrice di soldi facili, senza grossi pericoli. «Non si può dire a quanto ammonti il fatturato riminese della prostituzione – sottolinea, però, l’operatrice sociale -. Di sicuro è elevato. Basti pensare che ogni prestazione sta intorno alle 50 euro e che solo il giovedì, quando usciamo in servizio, di ragazze ne contiamo una ventina, anche una trentina. Quelle in strada, che si vedono. Perché poi c’è il fenomeno sommerso delle abitazioni. E lì i numeri sono molto più alti. Incrementati, tra l’altro, anche dal Covid. Insomma, parliamo di un giro d’affari notevole, che riempie le tasche di questi delinquenti. Qualcuno in tutti questi anni lo abbiamo anche fatto arrestare, ma per uno che va in carcere, ne spunta subito un altro a sostituirlo».

Cedute dai fidanzati

Non solo associazioni criminali. Spesso, a “venderle” alle reti malavitose sono, addirittura, i loro fidanzati, che, abbagliati dal soldo, le mettono in trappola. «E’ quello che ci raccontano loro stesse, una volta uscite da quel baratro – continua S.A. -. Ci dicono che questi ragazzi, giurato eterno amore, le invogliano a venire in Italia a lavorare, pagando perfino il biglietto aereo. Dopodiché le abbandonano al loro destino. Alcune finiscono in mano agli aguzzini e sono costrette a vendersi, ma ci sono altre, quelle che riescono a restare “libere”, che decidono di continuare nella professione perché i soldi guadagnati sul marciapiede o a casa servono al mantenimento della famiglia lontana».

E non mancano gli stupri, le violenze. Chiosa la volontaria del gruppo Antitratta della Papa Giovani XXIII: «Ogni tanto convinciamo qualcuna a restare in contatto con noi ed a chiamarci in caso di pericolo o di bisogno. Così ci raccontano di violenze fisiche, calci e pugni, da parte dei protettori, perché, magari, avevano tentato di rifiutarsi di andare a prostituirsi. O di stupri da parte di clienti, chi ubriachi, chi drogati, che, dopo averle caricate in auto e portate in luoghi appartati, le avevano violentate e lasciate sul posto».

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