Rimini tra 800 e 900: quando ancora non c’erano i pompieri

Rimini tra 800 e 900: quando ancora non c'erano i pompieri
(Archivio Fiorella De Terlizzi)

Rimini si affaccia agli anni Ottanta dell’Ottocento senza una compagnia di pompieri. Quando si verifica un incendio – infortunio di normale routine in un epoca che utilizza il fuoco e il petrolio per illuminare la notte – ci si affida al buon cuore «del vicinato» e agli agenti della forza pubblica disponibili: carabinieri, guardie di pubblica sicurezza, agenti municipali e soldati del presidio militare. Per agevolare il soccorso il Municipio possiede tre vecchie pompe – «delle quali due in pessimo stato» –, alcuni metri di tubo, una scala, qualche «attrezzo da scasso» e «una partita di secchi». Con arnesi del genere e senza una squadra di efficienti artieri, spegnere il fuoco è un’impresa impossibile e ogniqualvolta si provi a farlo vengono a galla le solite magagne: ritardi nel predisporre gli aiuti, improvvisazione organizzativa, carenze di attrezzatura, mancanza di acqua. Disfunzioni che la gente accompagna con le rituali imprecazioni e che la stampa denuncia con pesanti critiche indirizzate all’amministrazione comunale.
Per avere un’idea della scriteriata struttura di soccorso riminese è sufficiente rievocare il rogo scoppiato all’una di notte del 14 dicembre 1882 nel deposito di Nerone, fornitore di carbone, adiacente alla chiesa di San Giuliano. L’allarme, prontamente dato dalle campane a martello della parrocchia, raduna sul posto la consueta massa di gente. Ci sono i volontari, i carabinieri, le guardie di pubblica sicurezza, un reparto di soldati dell’11° Reggimento guidati dal colonnello in persona, diverse autorità politiche e i soliti curiosi. Nulla da fare. La marcia del fuoco è travolgente e dall’emporio del carbonaio si propaga ai caseggiati attigui. I danni sono enormi. Trentatré persone – riferisce Italia il 16 dicembre 1882 – rimangono senza tetto; tre i feriti gravi tra i soccorritori. La tragedia manda sul lastrico diverse famiglie. A Nerone restano solo le ceneri della sua attività.
Di questa sciagura, che si consuma nel caos più totale, il periodico socialista L’Alfabeto fornisce una narrazione molto particolareggiata. La proponiamo perché da questo raccapricciante spaccato si capisce fino in fondo la furia devastante del fuoco e il dramma di una comunità incapace ad affrontarlo.
«Era un’ora dopo la mezzanotte – documenta L’Alfabeto il 17 dicembre 1882 – e la campana di San Giuliano rompeva l’aria annebbiata ed umida con spesso rintocco d’allarme. Noi corremmo sul posto e vi trovammo carabinieri e guardie inoperose, per la mancanza di strumenti, davanti a un fuoco debole e circoscritto, ma che minacciava diventar forte e grande, per la prossimità di materie incendiabili, quali sono fascine e carbone. In mancanza di pompe, se si fossero potuti avere de’ secchi per levar acqua da un pozzo vicinissimo, si poteva o spegnere o ritardare l’opera devastatrice del fuoco, coll’allagare, dal pertugio di una finestra, il magazzeno ove erasi manifestato primieramente l’incendio. Ma secchi non ve n’erano per trarre acqua, recipienti non si trovavano per trasportarla. Era la desolazione, la mancanza di tutto. Appena, appena si era pensato di levar le masserizie di qualche famiglia che abitava sopra il magazzeno in fiamme o ai lati: un forte deposito di fascine che vi soprastava non si pensò sgombrare. Erroneamente fu aperta una porta del magazzeno, coll’aiuto dell’aria la fiamma piccola e circoscritta divampò terribilmente e tutto mise in fiamme. In questo mentre giunse una pompa che non poté funzionare, stante l’errore commesso di aver preso un tubo imperfetto. Dal basso le fiamme erano salite in alto abbruciando l’assito del piano superiore ove erano moltissime fascine che d’un subito presero fuoco. L’incendio prese tali proporzioni, che si pensò minacciati i locali attigui e fu giocoforza, per prevenire ogni danno di vite e di robe, di sgomberare. Era uno schianto al cuore: fanciulli seminudi e sonnolenti venivano trasportati dai bravi carabinieri giù per le scale guaste e screpolate, paglioni che volavano giù per le finestre al basso, mobili e masserizie confusamente, febbrilmente trasportati al basso in mezzo alla via fangosa. La pompa cominciò a funzionare ma debolmente per mancanza di acqua, che non si poteva attingere per la deficienza di secchi. Finiremo col dire che l’incendio fu spento quando non vi fu altro da bruciare …».. «Questo fatto gravissimo – afferma il giornale – dovrebbe persuadere il Comune ad istituire subito un corpo di Pompieri. In via provvisoria bisognerebbe che si munisse di scale e secchi, e che non tenesse, per piccolo guasto, una pompa inservibile, e che non facesse venir meno delle torce a vento, perché si poté avere luce solo quando le fiamme salivano al cielo».

Carrettieri sul greto del Marecchia nei pressi del Ponte di Tiberio (Archivio Fiorella De Terlizzi)


L’Alfabeto è il periodico che spinge maggiormente la propria bile verso i politici che governano la città e le sue denunce su «il mal prestato aiuto» e sulla mancanza di «buona pratica nella direzione» sono durissime. «Tutti i danni per incendio che avvengono per il non efficace prestato soccorso – scriverà il foglio socialista il 13 maggio 1883 – noi li facciamo ricadere sul capo e sulla coscienza di chi ha il sacrosanto dovere di provvedere». Al Municipio non solo imputa la responsabilità di non provvedere all’acquisto di «materiale pompieristico», ma anche di non istituire una squadra di «guardie fuoco» come è «operante in tutte le più civili città d’Italia». «Si faccia a meno di certe spese superflue – sentenzia L’Alfabeto – si faccia magari un debito, ma si istituisca cotesto corpo provvido e necessario per la umanità e per la ricchezza sociale».

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