“Fatti di tempo. Tempo dell’io, tempo del mondo” è il tema della dodicesima edizione della rassegna “Biblioterapia. Come curarsi e ammalarsi con i libri”, curata da Oriana Maroni, direttrice della Biblioteca Gambalunga. Un ciclo di appuntamenti, molto amato e seguito dalla cittadinanza, che ogni anno affronta e approfondisce una diversa tematica tramite incontri con studiosi di varie discipline e con il consueto reading messo in scena da Lorella Barlaam.

La rassegna che avrebbe dovuto svolgersi al Museo della città (Sala del Giudizio) e al teatro Novelli (l’incontro con Massimo Cacciari), si svolgerà in parte in presenza e in parte in remoto, valutando la situazione volta per volta a seconda delle richieste dei singoli relatori, dell’andamento della pandemia e delle disposizioni ministeriali.

Il primo incontro è fissato per sabato 24 alle ore 17 con relatore il fisico Eugenio Coccia. Al momento in cui andiamo in stampa si prevede di svolgerlo da remoto, per cui tutti gli interessati lo potranno seguire in diretta sul canale Youtube della Gambalunga.

Oriana Maroni, il tema della edizione 2020 di “Biblioterapia” è il tempo. Perché questa scelta?

«Perché la nostra vita è fatta di tempo, ne rappresenta il grande mistero. Noi siamo il tempo che abbiamo vissuto, un tempo interiore, che è diverso in ciascuno di noi, ma anche il tempo misurabile, il tempo della clessidra, uguale per ciascuno di noi. Lo psichiatra Eugenio Borgna, autore di un libro molto bello, “Il tempo e la vita”, ha scritto che poiché la nostra vita si svolge, nasce e muore, nel tempo, nulla si può capire di essa se non comprendiamo le esperienze del tempo. Che sconfinano l’una nell’altra. Questo è dunque un tema che non potevamo eludere, poiché questa rassegna da dodici anni cerca di confrontarsi con alcuni degli aspetti radicali dell’esistenza. Il titolo, che non manca di una certa ironia, vuole indicare il tentativo di tracciare mappe di libri e idee attraverso le quali imparare a leggere se stessi e il mondo. Per porci nella prospettiva di dire “questo ci riguarda”. Solo così possiamo imparare a prenderci cura di noi stessi e del mondo. Le parole, i pensieri, le emozioni che ci raggiungono attraverso questi incontri possono essere un’opportunità per uscire dai nostri confini, e vivere la vita, il tempo della vita, nella sua dimensione interpersonale».

Stiamo vivendo un periodo inusuale, contrassegnato dal Coronavirus. Quanto influisce la pandemia sulla nostra percezione del tempo? Questa situazione straordinaria che stiamo attraversando quando condiziona la nostra idea di tempo?

«Questa domanda mi dà la possibilità di dire una cosa a cui tengo molto. Questo “tempo del virus” non solo rischia di congelare il nostro tempo in un eterno presente, magari dandoci l’illusione di riuscire a “ingannare il tempo”, ma mette invece sotto scacco la possibilità di dare forma al nostro divenire, al nostro futuro. Insieme a questo, ciò che rischia di essere minato è il nostro essere fatti di comunità, di memorie e storie condivise. E dunque, continuare a progettare occasioni di incontro, di riflessione, continuare ad abitare gli spazi pubblici, significa attribuire responsabilità civile alla cultura. Se con cultura intendiamo qualcosa di profondo, che agisce sulla dimensione politica e nella relazione fra le persone. La nostra vuole dunque essere una “biblioterapia” per incrinare l’ossessione dell’io e di quello che il filosofo Roberto Esposito ha definito il diffondersi di un comunitarismo immunitario».

L’indagine sul concetto di tempo è fatta con approccio umanistico e scientifico, attraverso fisica, filosofia, spiritualità, antropologia, eccetera. Si tratta di tasselli che compongono una visione complessa del tempo.

«Se per penetrare la nostra multiforme, misteriosa, e caotica interiorità, di cui il tempo è una dimensione fondamentale, sono necessarie le parole della narrazione, della poesia, dell’arte, del pensiero filosofico, per ritrovare le tracce di un’esperienza così complessa, non di meno sono necessarie l’esperienza della fisica, della biologia, della psicologia e delle neuroscienze, che ci conducono a esperienze e situazioni esistenziali diverse e complementari. È stato, ed è ancora in parte, un grande difetto della nostra cultura non saper mettere in dialogo discipline scientifiche e umanistiche. La scienza ci insegna che la realtà ha una caratteristica curiosa e paradossale, quasi mai è come appare. Non interrogarla aiuta a coltivare le nostre cecità».

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