Rimini, sperona il padre con l’auto e lo prende a cinghiate

RIMINI. Per mesi aveva reso la vita impossibile al padre e al fratello ma in generale a tutti i familiari. Era arrivato a speronare l’auto del genitore. A spaccargli il vetro dell’auto con una mazza da baseball. A incidergli sul cofano della macchina la scritta “I miei soldi”. A prenderlo a cinghiate, calci, pugni e persino a testate, rompendogli il naso dentro alla filiale di una banca. Anche per il fratello, un imprenditore particolarmente noto in Riviera di cui si omette il nome in quanto vittima di questa vicenda, le normali abitudini della quotidianità erano diventate impossibili. Era costretto a subirne tutta la violenza e l’aggressività: «Se non mi dai più potere, ti rovino e non troverò pace fino a quando non ti vedo sul lastrico». E successivamente le difficoltà economiche non sono mancate. Dall’impresa di famiglia voleva tutto. «Dimmi dove stanno i soldi». «Questo lo prendo io, è tutto mio».

La condanna

Venerdì, con rito abbreviato, l’uomo (classe 1980, non vengono riferiti altri dettagli per non rendere riconoscibili i familiari), è stato condannato a sei mesi dal giudice per le udienze preliminari Vinicio Cantarini (pm Paolo Gengarelli), pesa sospesa. Il padre e il fratello avevano deciso di rimettere la querela e di non costituirsi parte civile ma la giustizia, vista l’entità dei reati di cui era accusato il congiunto, lesioni personali e atti persecutori, ha fatto comunque il suo corso.

Accetto la condanna

Difeso dall’avvocato Daniele Della Pasqua, ha scelto di restare in silenzio, evitando di danneggiare ulteriormente padre e fratello. «Si è solo trattato di un periodo molto complicato e difficile da cui è uscito. Ha accettato la condanna».

Gli episodi

Tutto succede lo scorso anno, quando, loro malgrado, genitore e fratello sono costretti gradualmente a cambiare le loro abitudini di vita. A lasciare l’auto lontana dal posto di lavoro per non trovarla danneggiata e a cercare di proteggere in ogni modo gli altri componenti della famiglia.

Gli speronamenti

In aprile il padre si ritrova inseguito dal figlio che lo sperona con la macchina. Pochi giorni dopo la stessa macchina viene prima danneggiata con una mazza da baseball, vetro rotto, e poi con un grosso punteruolo, sul cofano spunta la scritta “I miei soldi”. È sempre il padre a subire la maggiore violenza. «Deve andare via – gridava rabbioso al fratello -. Fallo venire qui che lo faccio ammazzare». Viene preso a cinghiate e colpito da calci e pugni. In agosto gli rompe il naso con una testata dentro a una banca. Ansia e terrore diventano la costante della vita dei familiari. Fino alla denuncia. Ma poi ci ripensano. Ritirano le querele e non si costituiscono parte civile. Un fratello è sempre un fratello. Un figlio è sempre un figlio. Il processo però non si ferma. La condanna arriva comunque. Sei mesi pena sospesa.

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