Rimini. Rider di 60 anni: “L’algoritmo mi rende schiavo”

Il d-day è fissato per oggi e la sede del Parlamento Europeo di Bruxelles sarà l’ombelico del mondo dell’infinito numero di rider dei vari paesi del vecchio continente. E’ infatti all’ordine del giorno della Commissione la discussione e votazione della direttiva che dovrebbe finalmente riconoscere loro lo status di lavoratori dipendenti. La relazione approvata a luglio che ha fatto da base all’appuntamento odierno pone al primo punto la presunzione di lavoro subordinato specificando che “i rider e gli altri lavoratori legati a piattaforme digitali sono subordinati a meno che non ci sia chiarezza e oggettività sul fatto che il lavoro è autonomo, con mezzi e decisioni proprie”. Non c’è dunque una terza categoria, una sorta di ibrido. E’ prevista inoltre l’inversione dell’onere della prova. “Sarà cioè il datore di lavoro, se lo riterrà opportuno, a dover dimostrare davanti a un tribunale che il rider fa un lavoro autonomo” e i costi del procedimento giudiziario saranno a quel punto tutti a suo carico.

Sono milioni in Italia le persone con il fiato sospeso e se un tempo erano giovanissimi, crisi economiche e perdita del posto di lavoro in tempi di lockdown e pandemia hanno innalzato di molto l’età media. Emblematico in tal senso il caso di Giuseppe (il nome è di fantasia ma vero rider riminese), che si concede a una serie di riflessioni a cuore aperto tracciando uno spaccato emblematico della categoria.

Da quanto tempo fa il rider?

«Ho iniziato nel gennaio 2020 dopo aver dovuto chiudere l’attività che portavo avanti da più di 30 anni. Il Covid ha dato il colpo di grazia alla mia ditta e mi sono dovuto reinventare a quasi 60 anni: ora lavoro per una piattaforma di delivery».

Come è organizzata la sua giornata?

«Dovrei fare le consegne per il pranzo e la cena, ma in pratica sto sul motorino tutto il giorno, dalle 12 alle 23 perché siamo pagati a consegna, con tariffe che variano a seconda dei chilometri fatti. In questo periodo è durissima: siamo al freddo, sotto l’acqua, il ghiaccio, il gelo e condizionati da questo maledetto algoritmo di cui nessuno conosce bene il meccanismo che trasforma la nostra vita in una guerra».

Come funziona?

«A ogni consegna si ricevono feedback dal cliente che noi non conosciamo e più si è rapidi, più consegne si fanno e più si alza il punteggio in graduatoria. Due volte a settimana, alle 16 si apre il calendario degli orari e più si è piazzati in alto più ore di lavoro si possono scegliere: quelli nelle prime posizioni ne hanno a disposizione otto al giorno e 11 il sabato e la domenica, gli altri si prendono gli scarti e magari gliene resta una».

Per questo parla di guerra?

«Certo. Si è costretti a correre e in questi giorni di pioggia ho visto diversi incidenti con rider coinvolti qui sulle strade riminesi: ne ho avuto uno anche io in questi quasi due anni e per fortuna non mi sono fatto niente, perché non abbiamo neanche un’assicurazione lavorativa. O hai quella personale o sei rovinato. C’è un film in sala in questo momento con protagonista Fabio De Luigi, “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”, emblematico della nostra condizione: l’ho visto lunedì sera e mi ci sono riconosciuto in pieno, è una fotografia perfetta capace di raccontarla e farne capire la tragicità con ironia».

Quanto riesce a portare a casa in un mese?

«Tutto dipende dalle ore. Con la piattaforma con cui ho iniziato si stipula un contratto a cottimo, a chiamata e si deve stare nei 5.000 euro annui, che con le ritenute d’acconto diventano 4.000 perché si trattiene il 20%. Per poter continuare a lavorare oltre quello scaglione, devi aprire la partita Iva come ho fatto io, con altre tasse da pagare nell’ordine del 30%: in estate stando sempre sulla strada sette giorni su sette sono riuscito ad arrivare a 1500-1800 euro al mese».

Qualcuno vi lascia la mancia?

«Questo è un altro tasto dolente, una questione davvero frustrante: in quanto fattorini, dovremmo fermarci al cancello mentre tutti vogliono la consegna in casa e al grattacielo lo facciamo anche fino agli ultimi piani. Ma anche quando si arriva tutti fradici per la pioggia la mancia non la lascia praticamente nessuno. Non è per i pochi centesimi, ma per il sentirsi apprezzati, per un sentimento psicologico di minimo riconoscimento di un lavoro non riconosciuto come tale».

Quanto incrociate le dita in attesa di domani?

«Aspettiamo la decisione della Commissione con il cuore in mano per poterci sentire finalmente lavoratori con tutti i diritti e non degli sfruttati come le vittime dal caporalato. Da multinazionali che fanno fra l’altro un sacco di soldi. Di recente sono stato assunto anche da Just Eat, che è l’unica piattaforma che ha aderito a una contrattazione che anticipa quella in discussione alla Ue e lì mi sento di nuovo una persona a tutti gli effetti: contratto a tempo indeterminato, Tfr, tredicesima… Deve essere così per tutti».

«Il voto favorevole alla direttiva aprirebbe nuovi scenari e sarebbe una svolta epocale, il riconoscimento dello status di lavoro subordinato a tutti gli effetti che rivendichiamo da sempre». Il segretario generale della Filt-Cgil Rimini Massimo Bellini è in prima linea sul tema e ricorda: «Come sindacato quest’anno abbiamo siglato un accordo con Just Eat che riconosce già quanto è in discussione a Bruxelles: l’applicazione del contratto subordinato del settore trasporti merci e logistica con tutti i doveri ma anche i diritti del dipendente, dalla malattia alle ferie e un orario settimanale. Purtroppo, è la sola piattaforma a farlo, non abbiamo riscontri dalle altre come Uber Eat, Glovo e Deliveroo, che ha sottoscritto invece con gli Ugl un accordo non ritenuto valido da vari tribunali in Italia». Bellini evidenzia quindi quanto la direttiva sia vitale per aprire spazi di discussione e messa in regola di milioni di ragazzi in Italia: «In Emilia Romagna abbiamo già diversi lavoratori organizzati in Just Eat con delegati sindacali che ci aiuteranno poi nella piattaforma successiva del contratto, quando dovremo trasformare in premio di risultato quello che oggi nell’accordo nazionale è il premio di valorizzazione». E chiosa con una battuta sui tempi: «Come tutte le direttive, presuppone un iter di ricevimento e speriamo di non finire come con la Bolkenstein… Contiamo molto sulle parole del ministro Orlando che si è speso in prima persona sul tema nel Parlamento Europeo».

«Nel 2021 non è possibile ci siano ancora situazioni di tale sfruttamento: se vogliamo parlare di Europa democratica e attenta ai bisogni dei più deboli bisogna andare nella direzione della Direttiva per iniziare a superare le tante, troppe discrasie su contratti, trasferimenti delle attività… Quello dei rider è un sistema di lavoro prezioso e utile per il cittadino, ma va tutelato e rispettato» fa eco la segretaria della Uil Giuseppina Morolli.

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