Rimini. Riconosciuto come rapinatore su Fb, assolto dopo 6 anni

Accusato di una tentata rapina, mai fatta, assolto dopo quasi sei anni dall’ingiusto arresto. Le parrucchiere, il barista, la cliente coccolata con un caffé quando sedeva sotto il casco del coiffeur. Nessuno di loro aveva avuto dubbi a riconoscerlo come il bandito che l’11 febbraio del 2016, vestito di nero ma a volto scoperto, spalancato il giubbotto, aveva mostrato il calcio di una pistola infilata nella cinta dei pantaloni e chiesto che gli venisse consegnato, inutilmente, l’incasso. La titolare e una collaboratrice lo avevano però affrontato a muso duro e lui aveva girato i tacchi e se l’era data a gambe.

Indagine lampo

Ancor prima che ai carabinieri, la mancata vittima ha raccontato la storia al titolare del bar vicino al suo negozio. Che si è rivelato un vero e proprio Sherlock Holmes: è bastato infatti alla parrucchiera fornire la descrizione del bandito, che il barista ha urlato «lo conosco» e da Facebook ha estratto la foto che inchiodava il presunto rapinatore. Scontato il passaggio successivo. La foto è stata portata ai carabinieri. Che hanno provveduto al riconoscimento ufficiale inserendo l’immagine in un album con i ritratti di diversi pregiudicati. I verbali dei riconoscimenti e delle deposizioni dei testimoni sono stati quindi inoltrati in procura e poi sul tavolo del Gip che per l’uomo ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari (ci resterà per 15 giorni). In casa, il giorno della notifica del provvedimento, non vennero trovate né arma, né giubbotto o cuffia nera. Il padre di famiglia, che all’epoca aveva 32 anni, fin da subito disse di essere vittima di un errore di persona, di non avere nulla a che fare con la vicenda anche perché nel giorno incriminato era in malattia dal lavoro e si trovava bloccato a letto: tutta colpa di un serio problema alla schiena che lo costringe, quando può, a muoversi con un’evidente zoppia, avvolto in un busto ortopedico. Per provare la sua innocenza si affida così all’avvocato Piero Venturi.

La verità esce in aula

Due le svolte importati durante il processo. La prima arriva quando il legale porta al banco dei testimoni i due medici che hanno in cura il presunto rapinatore e confermano parola per parola la deposizione sul suo stato di salute rilasciata in fase d’indagine. La seconda quando la parrucchiera si ricorda che c’era una terza persona quel giorno in negozio. Contattata la signora si dice in grado di poter riconoscere l’uomo. La presidente Sonia Pasini, a questo punto, decide che venga fatto un confronto all’americana in corso d’udienza. Mercoledì scorso, quindi, in aula, nella gabbia occupata solitamente solo da imputati, vengono fatti entrare due carabinieri, due avvocati e il rapinatore. A tutti è consegnato un bel numero di riconoscimento. La teste non riconosce nessuno come il bandito che ha fatto irruzione nella tarda mattinata dell’11 febbraio. Sarà lo stesso pubblico ministero Davide Ercolani, con grande correttezza, a chiedere l’assoluzione dell’imputato.

«Per me è la fine di un incubo – il commento dell’uomo -. Ho rischiato di perdere il lavoro, ma ora finalmente questa macchia è stata lavata via e posso tornare in azienda e dalla mia famiglia a schiena dritta, senza paura di essere giudicato»

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