Maltrattamenti familiari e violenza sessuale. È l’accusa con la quale sarà processato un uomo di 57 anni sospettato di aver costretto la moglie in almeno tre occasioni ad avere rapporti intimi con la forza. L’ultima volta, quando lei gli aveva già detto che tra loro era finita, la donna ha registrato l’audio dell’accaduto. Lei in lacrime che lo implora di smettere e lui che continua a fare i suoi comodi.
Per la procura lì c’è la prova evidente della colpevolezza dell’imputato e così il pm Davide Ercolani ha chiesto per lui il giudizio immediato. È probabile che il difensore dell’uomo, a questo punto, possa chiedere a sua volta il giudizio abbreviato.
Il 57enne si trova in carcere da tre settimane. Le manette erano scattate dopo un minaccioso messaggio: «Solo la morte ci può separare».
Il marito, nel corso dell’interrogatorio di garanzia susseguente all’arresto, davanti al giudice ha cercato di minimizzare le sue condotte per riportarle al contesto della fine di una relazione in cui lui aveva investito tutto se stesso. Si è anche dimostrato dispiaciuto per avere passato il limite con la donna che dice ancora di amare (lei, nel frattempo, lo ha lasciato) e pronto a cominciare un percorso terapeutico che lo aiuti a vincere l’aggressività.
Al giudice, però, ha fatto notare che il primo episodio di presunta violenza denunciato dalla moglie risale a cinque anni fa e che dopo di allora avevano trascorso momenti sereni insieme. «In un momento in cui ero un po’ giù di corda ha condiviso con me la scelta di farmi prescrivere un farmaco dall’andrologo che mi aiutasse nell’intimità». Lui ha anche cercato di ridimensionare le vessazioni che secondo la moglie le imponeva per gelosia e possessività: «Doveva fare tutto quello che dicevo io e non aveva voce in capitolo neanche sulla decisione di dove andare in vacanza? Le cose non stanno così, qualche volta ha fatto anche le ferie da sola, dai suoi parenti». Esasperata dagli scatti d’ira (le tirava addosso ciabatte e telecomando per un nonnulla) lei lo aveva lasciato alla vigilia del lockdown. Una decisione maturata da tempo, ma più volte rinviata per i ricatti affettivi del marito, intenzionato a mantenere la relazione a ogni costo nonostante il rifiuto di lei: «Se mi lasci mi suicido». Un pericolo che lo stesso giudice al momento dell’arresto aveva paventato individuando nel carcere la misura necessaria a neutralizzare sia le prevaricazioni e le minacce dell’uomo, sia gli istinti autolesionisti.
Nella richiesta di giudizio immediato della procura oltre alla donna, che è assistita dall’avvocato Andrea Margotti di Bologna, tra le parti offese individuate risulta anche l’associazione antiviolenza “Gens Nova” rappresentata dall’avvocato Elena Fabbri. L’intenzione è quella di costituirsi parte civile.

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