Rimini, Quotidianacom con “Tabù” al Teatro degli Atti

Come confrontarsi con il proibito, coi divieti protetti sotto l’egida della moralità che spesso non hanno alcuna reale attinenza con l’essere morale? Ce lo racconta “Tabù. Ho fatto colazione con il latte alle ginocchia”, lo spettacolo della compagnia riminese Quotidianacom in scena stasera alle 21 al Teatro degli Atti. Drammaturgia, messa in opera e interpretazione sono di Roberto Scappin e Paola Vannoni, fondatori e anime della compagnia che ha coprodotto il lavoro con il Teatro della Caduta di Torino in collaborazione con Armunia Residenze Artistiche e Centro Sociale Poggio Torriana. Ancora un testo che non resta in superficie, come è nelle corde dei due autori, questa volta impegnati a sradicare con intelligente scavo condito da ironia quei tabù «presenti nel nostro Dna non per scelta ma per costituzione».

Paola, cosa sono per voi i tabù?

«Quelli che alimentano la pornografia e la clandestinità dei desideri, che generano malattie mentali, che comprimono le possibilità, che ignorano la diversità, che ammettono una sola verità, che conducono a un punto morto».

Nello spettacolo prendono vita sotto forma di duello tra voi?

«Lavoriamo sui non detti, sui segreti più intimi, sui dialoghi, e ci facciamo uno sgambetto continuo. L’idea del progetto nasce dalla ricezione di una mail che rientra nella metodica nota di estorsione sessuale. Ma la sessualità è solo un aspetto, da lì partiamo per affrontare altro».

Perché avete sentito la necessità di parlare dei tabù?

«Perché apparentemente ci sentiamo così liberi e poi invece non lo siamo, un esempio è l’affossamento del Ddl Zan. Oggi è tabù anche non accettare tutto e pensare in modo diverso dalla massa. Un tempo si manifestava il dissenso poi tornava il dialogo, oggi se prendi parte a un contraddittorio sei tagliato fuori. Ciò che avviene è la rimozione dei problemi per non affrontarli».

Voi battibeccate con un dialogo serrato che qualcuno ha definito «aereo» e insieme «viscerale» in un crescendo che dà il ritmo al lavoro, ne scandisce i tempi drammaturgici. È la vostra caratteristica come lo è il ricorso all’ironia.

«La comicità che emerge non è tanto pensata, la parodia del tragico viene naturale: la comicità è il superamento della tragedia, di fatto è un dispositivo che utilizziamo per lasciare spazio di riflessione, perché l’ironia permette la distanza, il giusto distacco».

La vostra cifra stilistica è una dialettica intelligente, forbita, talvolta dissacrante che non risparmia nessuno, in primis voi stessi. Non vi salvate mai?

«Fin dall’inizio i nostri lavori sono di denuncia ma da qualche tempo abbiamo cambiato prospettiva osservando noi stessi, perché anche noi in realtà siamo quello che denunciamo».

Denunciate la superficialità dilagante, la banalità del vivere. Il teatro quale spinta può offrire per allargare gli orizzonti di pensiero?

«Il nostro è uno sguardo privilegiato. Porgiamo i nostri dubbi da artisti, li mettiamo sul palco per cercare di far vedere le cose per come sono, e ciò in un continuo mettersi in discussione».

Con le vostre creazioni affrontate sempre tematiche di sostanza.

«Per fortuna il teatro è rimasto uno spazio di libertà che va sfruttato di più perché sul palco si possono affrontare tutte le tematiche, anche quelle più sconcertanti. In tanti spettacoli di oggi, così come in molti artisti, manca quella sorta di inquietudine che ti porta a cercare nuove possibilità, altre risposte, senza la quale non si scava in profondità. Questo è un segnale da interpretare perché è un problema. Come lo è il fatto che la Romagna felix del teatro va in pensione! Voglio dire che non nascono più compagnie da 20 anni. Oltre 20 anni fa a Rimini ce n’erano 25, ora molte meno».

Pensate ci sia una speranza di redenzione e che dalla banalità si potrà uscire?

«Bisogna sempre dare una speranza! Può essere consolatorio darla. Se il pubblico è disposto a entrare e seguirci, se vorrà potrà crearsi un proprio sguardo. Ognuno potrebbe meglio capire chi è, trovare speranza in sé e avvertire l’esigenza di cambiare».

Cosa si prova a presentare un lavoro nella città dove si è nati e cresciuti come nel suo caso?

«È sempre una prova più difficile, non c’è una ragione né una logica. È una questione emotiva, c’è più emozione: è come se intervenisse il timore di deludere una persona cara, un parente».

Avete debuttato ad agosto con “End-to-end” e siete in tournée con “Tabù”, qual è il prossimo lavoro ora in gestazione?

«Affronteremo i classici a modo nostro. Ibsen, Pirandello, Shakespeare saranno gli spunti su cui nasceranno i nuovi lavori che costituiranno una trilogia».

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