Rimini, “quegli uomini che prima uccidono le donne e poi in questura dicono che le amavano”

«“Ma è mio marito, è il padre dei miei figli…”. Le donne denunciano quando sono esasperate, quando hanno molta paura, ma poi quando si propone loro di andare in una casa protetta o di far allontanare il marito o il compagno spesso dicono “no”, si fermano».
Perché è così difficile lasciare il marito, il compagno o il fidanzato violento? «Dietro – risponde il questore di Rimini Rosanna Lavezzaro – c’è il pensiero che in fondo quella persona che le ha picchiate, che le offende, in realtà non farà davvero loro del male. Quello che manca, in molti casi, è la consapevolezza del rischio reale e concreto che corrono».
L’incapacità di cogliere la portata effettiva del pericolo a cui sono esposte molte donne, Lavezzaro racconta di averla vista in faccia poco tempo fa, «due giorni dopo essermi insediata a Rimini, quando è stata uccisa Angela Avitabile». «Anche in quel caso, – racconta – la situazione era la stessa. Lui era violento, sì, ma nessuno riusciva a pensare che sarebbe arrivato a quel punto. Lui stesso non aveva la consapevolezza che poi un giorno avrebbe perso completamente il controllo».


Uomini inconsapevoli

Della stessa inconsapevolezza, svoltando il lato della medaglia, sono affetti gli uomini. «Parlando con loro, quando vengono qui in questura, sento spesso dire che le donne che hanno ucciso le amavano. “Io le volevo bene”, dicono. L’idea, il concetto, è che non abbiano avuto la contezza della possibilità di arrivare al punto di ucciderle, come se tutte le volte che le hanno maltrattate, in realtà, non fossero davvero il preludio di quello che poi è successo». Rosanna Lavezzaro lo dice con convinzione: «La chiave di lettura per vincere la violenza sulle donne è agire sugli uomini maltrattanti. Perché se non si aiuta loro, se non li si fa uscire da uno schema mentale, da un modello comportamentale interiorizzato nei secoli, è impossibile vincere questa battaglia. Perché se non si agisce su di loro, dopo una donna maltrattata, ce ne sarà sempre un’altra».
Il questore lo ammette: «C’è un dispiegamento di forze enorme per contenere questo fenomeno che tutti i giorni riempie le cronache. Eppure il risultato è sempre negativo, anche se nel 2019 è stato messo in piedi un meccanismo procedurale velocissimo per questi reati, (il Codice rosso, ndr), anche se l’attenzione, la sensibilità e la formazione dei nostri agenti è elevatissima, fatta ad hoc». Due inconsapevolezze, quindi, quelle maschili e femminili, che si sommano in un mix a volte letale, che vedono nel disegno di legge attualmente in parlamento la possibilità di avere altre armi per accompagnare le donne nel processo di separazione. Tra queste, il braccialetto elettronico in alternativa all’obbligo di firma tre volte al giorno in questura per non eludere i divieti di non avvicinamento, o il sostegno economico alla vittima già dalle primissime fasi di separazione. «Qualunque strumento – conclude il questore – consente di intercettare situazioni di rischio in una una fase più anticipata possibile è utile e valido».

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